L’incognita della guerra congela il turismo: voli in bilico e prenotazioni in forte calo
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Redazione Esteri
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Il telefono, negli uffici delle agenzie di viaggio italiane, non smette di squillare. È un trillo incessante, quello che da giorni accompagna il lavoro di chi opera nel settore, e a ogni chiamata corrisponde una richiesta diversa, sebbene accomunata dalla stessa radice: l’incertezza generata dall’escalation militare in Medio Oriente. C’è chi, ormai rassegnato, chiede di disdire il soggiorno programmato per le vacanze pasquali, magari in una delle mete mediorientali gettonatissime fino a poche settimane fa. Altri, invece, cercano rassicurazioni, informazioni, un quadro chiaro di ciò che è possibile fare, mentre non manca chi, per non rinunciare del tutto alla partenza, si sta orientando verso destinazioni alternative, magari meno affascinanti ma certamente più sicure. La voglia di viaggiare, insomma, non è affatto scomparsa, ma si scontra con la necessità di cautela e con l’attesa di sviluppi che, si spera, possano essere positivi.
Nel frattempo, la macchina dei rientri è stata avviata e, per quanto riguarda i pacchetti organizzati, può dirsi quasi conclusa. Il presidente di ASTOI – Confindustria Viaggi, Pier Ezhaya, ha spiegato come l’associazione abbia dovuto immediatamente affrontare l’emergenza, gestendo una mole di lavoro enorme per assistere i clienti in viaggio, non solo quelli che si trovavano nell’area del Golfo, ma anche coloro che, pur essendo in altre parti del mondo, avevano voli con compagnie dell’area e hanno subito il cosiddetto rerouting, ovvero un reindirizzamento forzato. Uno sforzo che ha portato alla realizzazione di ben nove voli rescue dall’Italia per riportare a casa i turisti. “Adesso – ha aggiunto Ezhaya – stiamo guardando la crisi dritta negli occhi”. Il problema, infatti, non è più solo il rimpatrio, ma l’impatto ben più ampio che il conflitto sta avendo sulla psicologia degli italiani, la cui “voglia di vacanza”, al momento, risulta completamente congelata.
Spazi aerei off limits e hub nel caos: la mappa del rischio
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé critico, ci pensa la sicurezza del volo. L’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) ha prorogato fino al 18 marzo la sua raccomandazione, un vero e proprio monito rivolto a tutte le compagnie aeree, affinché evitino di attraversare lo spazio aereo di ben undici Paesi del Medio Oriente. Un’area vastissima che include Bahrein, Iran, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Libano, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il bollettino, che sconsiglia di operare “a tutti i livelli di volo e a tutte le altitudini”, non è un dettaglio da poco: di fatto, blocca una delle rotte aeree più trafficate e strategiche del pianeta. L’impatto su hub internazionali come Dubai, Abu Doha e Doha, che movimentano quotidianamente centinaia di migliaia di passeggeri, è devastante, e la loro parziale chiusura o le continue interruzioni operative si ripercuotono sull’intera connettività globale, creando un effetto domino difficile da arginare.
I numeri, del resto, cominciano a delineare l’entità del disastro annunciato. Il World Travel & Tourism Council (WTTC) ha diffuso le prime stime, e sono cifre da capogiro: si parla di una perdita secca di 600 milioni di dollari al giorno per il settore dei viaggi e del turismo. Una emorragia di denaro che conferma i calcoli, già messi nero su bianco in Italia da Fiavet nei giorni scorsi, e che acquista ancora più peso se si considera il ruolo cruciale della regione nel panorama turistico mondiale. Il Medio Oriente, infatti, non è solo una meta, ma un crocevia fondamentale: rappresenta il 5% degli arrivi internazionali globali e, cosa ancor più significativa, il 14% del traffico di transito internazionale. Ogni volo cancellato, ogni turista che rimanda la partenza, è un anello di una catena che si spezza, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini regionali, colpendo aeroporti, hotel, compagnie di autonoleggio e crociere.
Italiani a casa, ma il futuro è un’incognita: la richiesta di aiuti
Per l’Italia, il conto è destinato a salire. Secondo le stime di Assoviaggi Confesercenti, basate su un’analisi del Centro Studi Turistici di Firenze, sono a rischio circa 3.500 prenotazioni tra pacchetti e servizi solo nel prossimo mese, per un mancato introito che supera i 6,4 milioni di euro. Un danno che si aggiunge a quello già subito per i rientri anticipati e le cancellazioni last minute. Il flusso di italiani verso quei Paesi, che ogni anno conta oltre 610mila viaggiatori, si è arrestato di colpo, e la paura, quella di ritrovarsi in una zona di guerra o di non poter fare ritorno, è destinata a pesare a lungo sulle scelte dei consumatori. Parallelamente, c’è anche un problema di incoming: i turisti di quei Paesi, che in Italia generano oltre 2,5 milioni di pernottamenti all’anno, probabilmente non arriveranno, infliggendo un ulteriore colpo al settore.
La filiera del turismo organizzato, messa in ginocchio da questa nuova crisi, ha già iniziato a bussare alle porte delle istituzioni. Una lettera è stata inviata a palazzo Chigi, al ministero dell’Economia e al ministro del Turismo per chiedere sostegno. L’Unione Europea, dal canto suo, ha già fatto sapere di essere disponibile a valutare la situazione, soprattutto per quanto riguarda gli enormi costi sostenuti per il rimpatrio dei passeggeri. “Non vedo uno scenario tipo pandemia – ha precisato Ezhaya –, ma se vogliamo essere credibili e seri, aspettiamo di avere evidenza dei danni”. Poi, e solo poi, sarà il momento di chiedere aiuti. Al momento, però, l’unica certezza è l’incertezza, e l’unica azione possibile è attendere che la “febbre” del conflitto cali, per poter cominciare a fare i conti con una realtà che si preannuncia, per molti, drammatica.




