L’ultimatum di Trump congela le borse europee, tonfo di Leonardo e l’incognita Hormuz
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Redazione Economia
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La tregua pasquale, che aveva sospeso le contrattazioni per la fine della settimana scorsa, si è rivelata un fuoco di paglia. Se in mattinata i listini del Vecchio Continente avevano timidamente tentato la via del rialzo, l’avvicinarsi della scadenza fissata da Donald Trump per l’Iran ha riportato l’azionario in profondo rosso, con Piazza Affari che ha sprecato un vantaggio iniziale superiore all’1% per cedere terreno sotto il peso dell’incertezza. A frenare la corsa degli acquisti è stata, ancora una volta, l’escalation retorica e operativa in Medio Oriente: da un lato, la fermezza di Teheran, che rifiuta di riaprire lo Stretto di Hormuz – il cui blocco, di fatto, strozza il flusso del petrolio globale – e dall’altro, le minacce sempre più cupe provenienti dalla Casa Bianca.
Il presidente americano, come riportato dagli sviluppi di giornata, ha alzato il tiro in maniera esponenziale, arrivando ad avvertire che “un’intera civiltà morirà stanotte” se non si raggiungerà un’intesa entro i termini da lui dettati. Un’avvertenza, quest’ultima, che ha trasformato l’attesa in un vero e proprio conto alla rovescia per gli investitori, già provati da settimane di conflitto. Nel frattempo, il quadro operativo si è aggravato con gli attacchi all’isola di Kharg, nodo cruciale per la distribuzione del greggio iraniano; un’azione che ha spinto Wall Street ad aprirà in deciso calo, con il Dow Jones che cede lo 0,6% e il Nasdaq che scivola dell’1,1% in scia agli aggiornamenti minuto per minuto provenienti dal fronte.
Milano e l’effetto domino sui titoli industriali
L’azionario europeo ha quindi virato senza mezzi termini in territorio negativo, con Francoforte che ha lasciato sul campo l’1% e Londra lo 0,6%, mentre Milano ha archiviato la sessione con un ribasso dello 0,4%. Un dato, quello del Ftse Mib, che rischia di essere fuorviante se non si analizzano le singole performance. A fare da traino al ribasso, in questo contesto di avversione al rischio, ci ha pensato Leonardo, che ha subito un tonfo verticale. Le voci di corridoio su un possibile cambio al vertice dell’azienda – sebbene non confermate – si sono sommate alla generale debolezza del comparto della difesa in questa fase di stallo diplomatico, penalizzando il titolo in maniera più severa rispetto al resto del listino.
Parallelamente, si segnala il rimbalzo di alcune chicche del listino Mid Cap come BFF Bank e NewPrinces, che hanno provato a tenere la testa fuori dall’acqua in una giornata dominata dalle vendite. Tuttavia, il vero termometro della paura resta il petrolio: il Brent continua a viaggiare su livelli proibitivi, alimentando lo spread che, di riflesso, allarga il differenziale tra i Btp e i Bund tedeschi, con il rendimento del decennale italiano che si mantiene costantemente sopra soglia.
Società sotto i riflettori tra Opa e dazi tech
Se il geopolitico ha dettato l’agenda macro, il microeconomico non è stato da meno nel creare volatilità. Sul fronte delle grandi manovre societarie, Universal Music Group ha fatto letteralmente volare il titolo ad Amsterdam dopo l’offerta di acquisizione da parte di Pershing Square, valutata circa 55,75 miliardi di euro. Un’operazione, questa, che ha distolto temporaneamente l’attenzione dalle turbolenze internazionali per il settore dei media, dimostrando come il mercato dei capitali resti fluido nonostante la guerra.
All’opposto, il comparto tecnologico ha sofferto un doppio colpo basso. ASML, il gigante olandese delle macchine per semiconduttori, ha subito una brusca flessione dopo la notizia di una proposta di legge bipartisan avanzata da politici statunitensi; il disegno, se approvato, mira a imporre ulteriori restrizioni alle esportazioni di apparecchiature per la produzione di chip verso la Cina, mordendo la mano che nutre una delle filiere più redditizie d’Europa. Anche Commerzbank ha aggiunto tensione al settore bancario, respingendo le avances di UniCredit con la motivazione che l’offerta italiana non offrirebbe ai propri azionisti una “potenziale crescita di valore sufficiente”.
L’attesa per la mezzanotte e il nodo valute
Con l’avvicinarsi della scadenza dell’ultimatum – fissata per le ore 2 di stanotte ora italiana – gli scambi si sono fatti sempre più nervosi e orientati al breve termine. La valuta unica, l’euro, scivola leggermente sul dollaro, attestandosi su quota 1,156, in un movimento che riflette la fuga verso il biglietto verde considerato ancora il rifugio sicuro per eccellenza in caso di conflitto generalizzato. L’oro, dal canto suo, tiene bene, mantenendosi saldo oltre i 4.600 dollari l’oncia, a testimonianza che la liquidità non sta trovando pace nei mercati azionari.
In questo scenario, l’isola di Kharg rappresenta più di un semplice obiettivo militare: è il simbolo tangibile di un ingorgo energetico che rischia di far deragliare l’intera economia occidentale. Con Trump ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno – un dettaglio che non costituisce più novità, ma che anzi definisce la prevedibilità di queste reazioni muscolari – i mercati sembrano aver capito che l’unica variabile, in questo momento, è il tempo che manca allo scoccare della mezzanotte.




