La geometria variabile della crisi: Trump, Hormuz e il fattore tempo
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Redazione Esteri
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La portata della crisi in Iran, in realtà, la decide Donald Trump. Non tanto per una questione di mera volontà, quanto per la discrezionalità insita nella definizione degli obiettivi strategici americani, i quali, a loro volta, determineranno l’intensità e la durata del conflitto. Se l’obiettivo dichiarato, come emerge da talune analisi geoeconomiche, non fosse un cambio di regime — scenario che appare al momento poco probabile visti i costi e le complessità che comporterebbe — bensì il contenimento della capacità nucleare e di proiezione militare di Teheran, allora le conseguenze economiche globali, pur gravi, potrebbero non assumere i contorni catastrofici di una guerra totale. Il vero nodo, il punto di rilievo geoeconomico attorno a cui tutto ruota, è la durata del blocco dello Stretto di Hormuz. È lì, in quel collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, che si gioca una partita cruciale per l’economia dell’Occidente.
Gli ultimi sviluppi, del resto, dipingono uno scenario in cui la tensione non accenna a diminuire. L’annuncio delle Guardie Rivoluzionarie, che hanno formalmente decretato la chiusura dello Stretto minacciando di colpire e "incendiare" qualsiasi nave tenti di attraversarlo, ha fatto balzare il prezzo del greggio ben oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile, con ripercussioni immediate sugli approvvigionamenti energetici. Parallelamente, la diplomazia appare in panne. Le dichiarazioni del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che da un lato ha espresso scuse formali alle nazioni del Golfo per gli attacchi — minimi sul piano dei danni materiali, ma gravissimi per i loro effetti simbolici e per le prospettive economiche della regione — e dall’altro ha subordinato la fine delle ostilità alla condizione che questi stessi Paesi non attacchino l'Iran, rivelano tutta la fragilità della posizione di Teheran.
La successione a Khamenei e la minaccia di Trump
Un ulteriore elemento di rottura, che complica qualsiasi ipotesi di de-escalation, è arrivato dall'Assemblea degli Esperti, che ha designato Mojtaba Khamenei, figlio del leader ucciso, come nuovo Guida Suprema. Una mossa che rappresenta una sfida diretta e inequivocabile a Donald Trump, il quale aveva pubblicamente dichiarato che il nuovo leader iraniano "non durerà a lungo senza la nostra approvazione", usando parole categoriche in un’intervista rilasciata nei giorni precedenti. La nomina di Mojtaba, figura ancor più oltranzista e legata ai pasdaran rispetto al padre, chiude di fatto la porta a qualsiasi compromesso con l'Occidente e spinge la Repubblica Islamica su un sentiero di dura e prolungata contrapposizione. È un atto di sfida che rende la minaccia di Trump, secondo cui la nuova Guida Suprema dovrà ottenere il placet americano, una dichiarazione di intenti che ora si scontra con la realtà di un regime che ha scelto la linea della fermezza, confidando forse nella propria capacità di resistenza.
L’allargamento del conflitto e la risposta dei Paesi del Golfo
Sul piano militare, l’allargamento del conflitto è ormai un dato di fatto. L’Iran, come dichiarato dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sta colpendo le basi americane nei Paesi del Golfo perché i suoi missili non sono in grado di raggiungere il suolo statunitense. Una giustificazione che suona come una beffa per nazioni come l’Arabia Saudita e il Kuwait, che si sono ritrovate sulla linea del fuoco. A Riad, un proiettile caduto in un’area residenziale ha ucciso due cittadini stranieri, mentre in Kuwait due guardie di frontiera hanno perso la vita e i serbatoi di carburante dell’aeroporto internazionale sono stati centrati da un drone. Questi attacchi, che hanno causato vittime e danni a infrastrutture civili, hanno spinto i Paesi del Golfo a passare da una posizione di difesa passiva a una più attiva, intercettando decine di droni e missili, ma senza per ora intervenire direttamente nel conflitto, come auspicato invece dall’amministrazione Trump.
Il nodo irrisolto del nucleare
E poi, naturalmente, c'è il nodo del programma nucleare. Trump, dal canto suo, torna a ribadire la sua linea: nessuna arma nucleare in mano a Teheran. "Vogliamo assicurarci di non dover tornare allo stesso punto ogni dieci anni", ha dichiarato, riferendosi alla natura ciclica della sfida iraniana. E mentre il presidente americano parla di "zero arricchimento", in Iran si consuma un paradosso: Pezeshkian giura che Teheran non cercherà mai la bomba, citando la fatwa di Khamenei, ma intanto le strutture, sebbene danneggiate dai raid dello scorso giugno, vengono rinforzate e protette, e le scorte di uranio arricchito al 60% restano un dato preoccupante per l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. La trattativa indiretta di Ginevra, mediata dall'Oman, sembra arenata sulla richiesta americana di uno "zero arricchimento" che l'Iran non è disposto a concedere, proponendo invece un accordo basato sul "non sviluppo di ordigni", una formula che per Washington è del tutto insufficiente. Il rischio concreto è che questa divergenza, unita alla volontà di Trump di dettare le condizioni da una posizione di forza, porti a un allargamento dell'operazione militare, con obiettivi che potrebbero includere non solo gli impianti nucleari, ma anche le infrastrutture missilistiche e, in ultima analisi, la stessa leadership politica e militare del paese, come ventilato da alcune indiscrezioni riportate dal New York Times.
Description: Analisi della crisi in Iran: la strategia di Trump, la chiusura di Hormuz, la successione a Khamenei e l'impatto globale sull'economia e sulla sicurezza energetica.




