Voce che cambia, cervello in pericolo: il timbro come possibile segnale del declino cognitivo
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Redazione Salute
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Riconoscere i segnali della demenza prima che i sintomi diventino conclamati è una delle sfide più delicate della medicina contemporanea, perché apre una finestra temporale preziosa per monitorare l’evoluzione della malattia e sostenere i pazienti. Oltre agli esami del sangue e alle analisi oculari, un filone di ricerca sempre più solido indica nella voce un possibile campanello d’allarme.
Un ampio studio statunitense ha rilevato che le alterazioni di timbro, intensità e nitidezza della voce sono associate a un rischio sensibilmente maggiore di sviluppare disturbi cognitivi in età avanzata.
Il peso dei disturbi vocali nel rischio di demenza
La ricerca, firmata da ricercatori della Drexel University e pubblicata sul Journal of Voice, ha preso in esame oltre 833mila pazienti seguiti nell’ambito delle visite di medicina generale. I partecipanti con una diagnosi di disturbo vocale e senza problemi uditivi hanno mostrato un rischio di compromissione cognitiva o demenza superiore del 58 per cento rispetto a chi non presentava né disturbi della voce né perdita dell’udito.
Il dato assume un peso particolare se si considera che la perdita uditiva è da tempo annoverata tra i principali fattori di rischio modificabili per la demenza: nello stesso studio, l’ipoacusia da sola è risultata associata a un incremento del rischio del 27 per cento.
Robert Sataloff, professore e presidente del College of Medicine della Drexel University, ha spiegato che il legame più forte con la demenza è emerso nei pazienti che presentavano sia un disturbo vocale sia una perdita uditiva. Tuttavia, ha aggiunto, anche chi aveva solo un problema di voce e nessuna difficoltà d’ascolto mostrava un rischio superiore rispetto a chi soffriva esclusivamente di ipoacusia. Per queste persone, ha osservato, può essere utile consultare un otorinolaringoiatra che valuti l’opportunità di un assessment cognitivo.
Un orologio vocale per leggere l’invecchiamento
Sul fronte della ricerca di base, un gruppo internazionale guidato dal Trinity College di Dublino ha messo a punto un “orologio vocale” basato sull’apprendimento automatico, in grado di stimare l’età cronologica di una persona analizzando centinaia di caratteristiche acustiche e linguistiche del parlato. Lo studio, pubblicato su Science Advances, ha coinvolto 2.928 persone di lingua spagnola tra Argentina, Cile, Colombia, Messico e Perù, includendo adulti sani e pazienti con deterioramento cognitivo lieve, malattia di Alzheimer e diverse forme di demenza frontotemporale.
Il modello non si limita a valutare un singolo parametro della voce: considera la velocità del parlato, la frequenza e la durata delle pause, il tono, il contenuto emotivo, la scelta del vocabolario, la precisione semantica e l’organizzazione complessiva del discorso. La differenza tra l’età anagrafica e quella stimata dalla voce, definita “divario di età vocale”, è risultata associata a molteplici indicatori indipendenti di invecchiamento biologico, salute cerebrale e funzione cognitiva.
Le implicazioni per la diagnosi precoce
Secondo Agustín Ibanez, professore di Brain Health al Trinity College di Dublino e autore senior dello studio, la voce sembra contenere molte più informazioni sull’invecchiamento di quanto si fosse riconosciuto in passato, perché cattura segnali provenienti dalla cognizione, dal cervello, dalla biologia sistemica e persino dall’ambiente sociale accumulato nel corso della vita.
L’analisi vocale, ha osservato, potrebbe integrare misure di invecchiamento ben più costose e invasive, come la risonanza magnetica o gli esami del sangue, grazie alla possibilità di registrare un campione audio in remoto, in modo ripetibile e a basso costo.
I ricercatori hanno però precisato che l’orologio vocale non costituisce ancora un test diagnostico per la demenza. Lo studio è principalmente trasversale e non può stabilire se un profilo vocale apparentemente più vecchio preceda effettivamente lo sviluppo del declino cognitivo. Serviranno studi longitudinali, validazioni in altre lingue e culture e test su parlato più naturalistico prima di un’eventuale applicazione clinica.
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