Declino cognitivo negli anziani: mangiare entro 9 ore può ridurlo
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Redazione Salute
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Il declino cognitivo negli anziani potrebbe essere influenzato anche dall’orario in cui vengono consumati i pasti: uno studio condotto negli Stati Uniti da alcuni ricercatori universitari ha osservato che limitare pasti e spuntini in una finestra temporale di nove ore, evitando inoltre di mangiare nelle quattro ore precedenti il sonno, può essere associato a segnali di miglioramento delle capacità cognitive. La ricerca ha coinvolto donne anziane in sovrappeso o obese e ha confrontato persone che seguivano un periodo alimentare più ristretto con altre che distribuivano il consumo di cibo su un arco temporale più lungo. I risultati hanno evidenziato differenze nelle prestazioni cognitive tra i due gruppi osservati.
Lo studio sulla finestra alimentare di nove ore
L’esperimento si inserisce nel crescente interesse scientifico verso il rapporto tra alimentazione e salute nelle persone anziane, una fase della vita in cui il declino cognitivo rappresenta un tema sempre più studiato. Secondo quanto emerso dalla ricerca, non sarebbe soltanto la scelta degli alimenti o la quantità complessiva di calorie introdotte a influenzare il benessere dell’organismo, ma anche la distribuzione temporale dei pasti durante la giornata. Le partecipanti che consumavano cibo entro un periodo limitato hanno mostrato segnali di miglioramento delle capacità cognitive rispetto a chi mangiava lungo un intervallo più esteso.
Il principio alla base di questo approccio riguarda il momento in cui il corpo riceve gli alimenti e il modo in cui risponde ai diversi orari della giornata. Negli ultimi anni gli studi sull’alimentazione hanno iniziato a considerare con maggiore attenzione il ruolo dei tempi dei pasti, soprattutto negli adulti e negli anziani con sovrappeso, obesità o fattori di rischio metabolico. La ricerca suggerisce quindi che l’organismo possa gestire il cibo in modo diverso a seconda dell’orario, con possibili collegamenti tra alimentazione, metabolismo e funzionamento cerebrale.
Crononutrizione e rapporto tra cibo e orologio biologico
Il tema dello studio si collega alla crononutrizione, una disciplina in evoluzione che analizza il rapporto tra alimentazione e ritmi circadiani, cioè l’orologio biologico interno che regola diversi processi dell’organismo. Questo ambito di ricerca considera il fatto che metabolismo, glicemia, ormoni, infiammazione e altri meccanismi biologici seguono oscillazioni precise nel corso della giornata. Per questo motivo, il momento in cui si mangia viene considerato un elemento da osservare insieme alla composizione della dieta e alle abitudini quotidiane.
Per molto tempo l’attenzione sull’alimentazione è stata concentrata soprattutto sulla qualità degli alimenti scelti e sul controllo dell’apporto calorico. Le nuove ricerche stanno ampliando questa prospettiva, valutando anche la relazione tra orari dei pasti e salute. Limitare il periodo in cui si mangia, secondo il lavoro analizzato, potrebbe rappresentare un fattore collegato alle funzioni cognitive nelle persone anziane, anche se lo studio riguarda un gruppo specifico di partecipanti composto da donne anziane in sovrappeso o obese.
Perché il momento dei pasti viene studiato negli anziani
L’invecchiamento della popolazione ha aumentato l’attenzione verso le strategie che possono contribuire a preservare le capacità cognitive. Il rapporto tra alimentazione e salute pubblica viene indagato sempre più spesso perché riguarda non solo il cibo consumato, ma anche le modalità con cui viene inserito nella vita quotidiana. L’alimentazione viene quindi osservata in una prospettiva più ampia, che comprende le abitudini di consumo e il ruolo sociale legato ai momenti in cui si mangia.
La ricerca sul consumo dei pasti entro nove ore aggiunge un elemento al dibattito scientifico sul rapporto tra stile alimentare e invecchiamento. Il dato osservato nello studio riguarda la possibile associazione tra una finestra alimentare più breve e migliori risultati nei test cognitivi delle partecipanti rispetto a chi seguiva un intervallo alimentare più lungo. L’interesse degli studiosi si concentra quindi non soltanto su cosa viene mangiato, ma anche su quando il cibo viene assunto e su come questo aspetto possa interagire con i ritmi naturali dell’organismo.
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