Alimenti ultraprocessati e declino cognitivo, lo studio di Harvard: rischio demenza 58%
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Redazione Salute
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Una nuova prova, destinata a far discutere il mondo della nutrizione e non solo, mostra come la salute del cervello dipenda in modo significativo anche da quello che portiamo in tavola. Lo studio, guidato da un team di Harvard e pubblicato a luglio 2026 sull'American Journal of Public Health, ha monitorato per sette anni i dati di 5.370 partecipanti con un'età media di 64 anni, giungendo a una conclusione che getta un'ombra lunga sulle abitudini alimentari contemporanee: consumare molti alimenti ultraprocessati è correlato a un rischio di demenza più elevato, maggiore addirittura del 58%.
Un eccesso di salumi, merendine, biscotti, bevande zuccherate, patatine fritte, barrette proteiche e molti piatti pronti industriali, dalle crocchette di pollo ai bastoncini di pesce, appare quindi collegato a un declino cognitivo che, in un'epoca di crescente longevità, rappresenta una delle sfide sanitarie più complesse.
I numeri del fenomeno in Italia e nel mondo
Il fenomeno, come spesso accade, non risparmia l'Italia, dove il consumo di questi prodotti è in netta crescita. Secondo uno studio coordinato da Laura Rossi, direttrice del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute dell'Istituto Superiore di Sanità e pubblicato su Frontiers in Nutrition, gli alimenti ultraprocessati contribuiscono in media al 23% dell'apporto energetico giornaliero degli italiani.
Un dato che, seppur allarmante, appare ancora contenuto se confrontato con quello di paesi come il Regno Unito, dove la percentuale raggiunge circa il 55-57%, e gli Stati Uniti, dove sfiora il 60%. La ricerca dell'ISS ha analizzato l'evoluzione dei consumi alimentari nell'arco di 15 anni, evidenziando come il contributo energetico degli UPF sia quasi raddoppiato rispetto al periodo 2005-2006, quando si attestava al 12%.
A guidare questa tendenza negativa, spiega Laura Rossi, è l'aumento del consumo di alimenti ultraprocessati, che sebbene in termini di peso rappresentino solo il 6% del totale del cibo consumato, forniscono una quota sproporzionata di calorie.
Cosa sono e come agiscono gli ultraprocessati
Ma cosa rientra esattamente in questa categoria? Sono ultraprocessati quei prodotti che l'industria trasforma con aggiunte di sostanze che non si usano nelle preparazioni casalinghe: stabilizzanti, esaltatori di sapidità o conservanti come l'E210 (acido benzoico) o l'E250 (nitrito di sodio). È fondamentale operare una distinzione: una mozzarella o un formaggio come il brie non rientrano in questa categoria, così come il tonno in scatola.
A fare la differenza è la presenza di ingredienti "da laboratorio" che rendono i cibi iper-palatabili e, purtroppo, dannosi per la salute. L'elenco è lungo e comprende bevande zuccherate, snack dolci come merendine o biscotti, snack salati come le patatine fritte, caramelle, cioccolatini, carni e pesce trasformati e i famigerati piatti pronti.
Il loro impatto negativo non si limita al cervello: un numero crescente di ricerche mette in relazione l'abbondanza di ultraprocessati con obesità, diabete, ipertensione e livelli elevati di colesterolo, tutti fattori di rischio che, a loro volta, predispongono al declino cognitivo.
I meccanismi e le conferme scientifiche
Lo studio di Harvard, per quanto di grande rilevanza, non dimostra un nesso di causa-effetto ma descrive un'associazione, sebbene robusta. Tuttavia, altri studi di coorte, come quello basato sulla UK Biobank, hanno fornito ulteriori conferme in questa direzione, associando il consumo di UPF a un aumento del rischio di demenza (HR = 1.40) e di altri disturbi cerebrali come depressione (HR = 1.42) e ansia (HR = 1.26).
Al contrario, modelli alimentari come la dieta MIND, che combinano i principi della dieta mediterranea con quelli della dieta DASH per contrastare l'ipertensione, mostrano significativi effetti neuroprotettivi. Una ricerca pubblicata su JAMA Neurology ha evidenziato come una maggiore aderenza a regimi alimentari sani sia associata a un minor rischio di declino cognitivo soggettivo, e che un maggiore consumo di verdure e pesce, a fronte di una riduzione di carni rosse e lavorate, giochi un ruolo chiave.
Il quadro che emerge è coerente: la salute del cervello si gioca anche a tavola, e la scelta tra un piatto di spinaci e una merendina industriale potrebbe fare la differenza tra un invecchiamento in salute e uno segnato dal declino cognitivo.
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