Caffè e tè, lo studio di Harvard che li conferma alleati contro la demenza
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Redazione Salute
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Il consumo quotidiano di caffè o tè torna al centro del dibattito scientifico, questa volta con una prova di forza che arriva direttamente dalle pagine di «JAMA». A firmarla, un team dell’Università di Harvard che ha analizzato abitudini e dati clinici di oltre 131mila persone per un arco temporale impressionante, superiore in molti casi ai quarant’anni. Lo scopo, dichiarato dai ricercatori guidati da Yu Zhang, era quello di chiarire una volta per tutte se esistesse un legame tra queste bevande – le più diffuse al mondo dopo l’acqua, va detto – e la salute del cervello, specialmente nella terza età. I risultati, pubblicati nei primi giorni di febbraio, delineano uno scenario piuttosto netto: assumere con regolarità due o tre tazze di caffè tradizionale oppure una o due di tè si associa a una riduzione del rischio di demenza e a un rallentamento del declino cognitivo.
I numeri dello studio e l’effetto della caffeina
La ricerca, condotta sui due grandi archivi americani noti come Nurses’ Health Study e Health Professionals Follow-up Study, ha preso in esame un campione variegato di operatori sanitari, escludendo chi all’inizio dell’osservazione avesse già patologie oncologiche, Parkinson o demenza conclamata. Durante il lungo follow-up – una mediana di quasi trentasette anni – sono stati registrati poco più di undicimila nuovi casi di demenza. Ebbene, incrociando i dati con i questionari alimentari compilati ogni due o quattro anni, gli scienziati hanno osservato che i consumatori abituali di caffeina, sia da caffè sia da tè, presentavano un rischio inferiore attorno al 18% rispetto a chi invece queste bevande le evitava o le assumeva in modo sporadico. Un dato, questo, che è rimasto sostanzialmente invariato anche dopo aver corretto il modello statistico per fattori come l’istruzione, il fumo, l’attività fisica e la presenza del gene ApoE4, noto per aumentare la suscettibilità alla malattia di Alzheimer. Non solo: i medesimi individui hanno riportato un minor tasso di declino soggettivo della memoria (il famoso «non ricordo più come prima») e, in alcuni sottogruppi, hanno ottenuto punteggi leggermente migliori nei test telefonici per la valutazione oggettiva delle funzioni cognitive.
Il mistero del decaffeinato e le quantità ottimali
Uno degli aspetti più interessanti emersi dall’analisi, e che merita un approfondimento specifico, riguarda il confronto tra bevande con e senza caffeina. I ricercatori hanno infatti scoperto che il caffè decaffeinato – a differenza di quello normale – non mostrava alcuna associazione significativa con la riduzione del rischio di demenza. Questo elemento suggerisce che la caffeina, o almeno la sua presenza, possa giocare un ruolo chiave nei meccanismi di neuroprotezione, sebbene gli autori non escludano che altri composti bioattivi, come i polifenoli o gli antiossidanti, contribuiscano in sinergia. La relazione tra dosi e benefici, inoltre, non è lineare: esiste un vero e proprio «picco» di efficacia. Secondo lo studio, la quantità che garantisce la migliore performance cerebrale si aggira attorno alle due-tre tazzine di caffè al giorno oppure a una-due tazze di tè, equivalenti a un introito di circa 300 milligrammi di caffeina. Superare queste soglie, avvertono gli scienziati, non solo non aggiunge ulteriori vantaggi ma, in alcuni casi osservati in passato, potrebbe perfino rivelarsi controproducente per la qualità del sonno o i livelli di ansia.
Osservazione e limiti della ricerca
È necessario però, come insegna il mestiere di chi scrive di cronaca scientifica, non cadere nell’errore di considerare questi risultati come una prova di causa-effetto. Lo studio di Harvard, per quanto imponente e duraturo, mantiene un disegno osservazionale: dimostra cioè una correlazione forte e statisticamente significativa, ma non può stabilire con certezza che sia il caffè a proteggere il cervello. Potrebbe esistere un cosiddetto «fattore di confondimento» residuo, magari legato a uno stile di vita complessivamente più attento da parte dei bevitori abituali di caffè, che lo studio ha tentato di isolare ma non del tutto eliminato. Inoltre, il campione analizzato è composto prevalentemente da professionisti della salute di origine caucasica, un limite che restringe la capacità di generalizzare i risultati all’intera popolazione mondiale. Detto questo, la mole di dati raccolti in quattro decenni rende questa pubblicazione uno dei pilastri più solidi su cui poggiare l’ipotesi che quel gesto quotidiano, la pausa caffè o l’ora del tè, possa rappresentare una tessera importante – certo non l’unica – nel mosaico della prevenzione del declino mentale.
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