Il ruolo inaspettato degli oligodendrociti nel declino cognitivo legato all'età

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Per anni, nel grande teatro del cervello, i neuroni hanno occupato il centro della scena, mentre le cellule a loro supporto sono state relegate in un ruolo quasi invisibile, considerate semplicemente come l'impalcatura che sostiene l'attività principale. Un recente studio pubblicato il 25 agosto su Nature Medicine, tuttavia, ha ribaltato questa narrazione, suggerendo che alcune di queste cellule, gli oligodendrociti, potrebbero da spettatrici silenziose trasformarsi in attori di un dramma che coinvolge la nostra memoria e le nostre capacità di ragionamento con l'avanzare dell'età.

La ricerca, condotta da un team internazionale di scienziati dell'Università di Edimburgo e del UK Dementia Research Institute, ha indagato le ragioni per cui alcune persone, pur invecchiando, mantengono una lucidità mentale sorprendente, mentre altre subiscono un declino cognitivo più rapido e severo, un fenomeno che incide profondamente sulla qualità della vita e per il quale mancano ancora interventi terapeutici efficaci.

La scoperta nel tessuto cerebrale umano

Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato un insieme di dati eccezionale, proveniente dalla Lothian Birth Cohort del 1936, un gruppo di individui le cui capacità cognitive sono state monitorate per decenni, fin dall'età di 11 anni, e sottoposte a test standardizzati di memoria, velocità di elaborazione e abilità spaziali tra i 70 e gli 82 anni.

Esaminando il tessuto cerebrale post-mortem dei partecipanti, è emersa una correlazione controintuitiva: un declino cognitivo più marcato non era associato semplicemente a un assottigliamento della guaina mielinica, il rivestimento isolante che avvolge le fibre nervose e che è cruciale per la rapida trasmissione dei segnali elettrici, ma piuttosto a una sua alterazione qualitativa.

In particolare, gli individui con le traiettorie di declino peggiori presentavano assoni di dimensioni inferiori e, inaspettatamente, uno strato di mielina più spesso attorno a quelli di diametro maggiore, oltre a segni di decompattazione della stessa. Questa scoperta ha orientato l'attenzione sugli oligodendrociti, le cellule stesse che producono e mantengono la mielina, suggerendo che il loro malfunzionamento, piuttosto che un mero logorio, potesse essere alla base delle difficoltà cognitive osservate.

Il ruolo della proteina NRF2

Il passo successivo è stato quello di scavare nei meccanismi molecolari alla base di queste alterazioni, e qui il faro si è acceso su una proteina chiave: NRF2 (nuclear factor erythroid 2-related factor 2). Questo fattore di trascrizione è un regolatore maestro di centinaia di geni coinvolti nella difesa cellulare dallo stress ossidativo e nel mantenimento dell'omeostasi, agendo come un vero e proprio scudo per la cellula.

Dalle analisi è emerso che gli oligodendrociti dei soggetti con un declino cognitivo più severo mostravano una significativa riduzione dell'espressione di NRF2, un dato che suggerisce una minore capacità di queste cellule di proteggersi e di svolgere correttamente la loro funzione di supporto ai neuroni. Curiosamente, la stessa analisi ha rivelato che il numero di oligodendrociti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non diminuiva ma aumentava con la gravità del declino cognitivo, indicando che il problema non risiede nella perdita di cellule, ma nella loro alterata funzionalità.

La conferma nei modelli animali

Per stabilire una relazione causale, e non solo una correlazione, i ricercatori hanno condotto un elegante esperimento su modelli murini, creando topi geneticamente modificati privi di NRF2 specificamente nei loro oligodendrociti. I risultati sono stati illuminanti, in quanto hanno ricalcato fedelmente quanto osservato negli esseri umani: anche in questi animali si sono manifestate le stesse anomalie a carico degli assoni e della mielina, con fibre nervose più piccole e una mielina ispessita.

Ma, cosa ancora più importante, i topi con oligodendrociti carenti di NRF2 hanno mostrato un peggioramento delle loro performance nei test cognitivi con l'avanzare dell'età, dimostrando che la disfunzione di questa via molecolare in queste specifiche cellule è sufficiente a causare un declino delle facoltà mentali.

Implicazioni e prospettive terapeutiche

Questa ricerca apre quindi uno scenario nuovo, posizionando gli oligodendrociti come attori protagonisti e non più comparse nel processo di invecchiamento cerebrale, come ha commentato la prima autrice dello studio, Georgina Craig, che ha sottolineato come, contrariamente a quanto sempre pensato, queste cellule possano diventare disfunzionali e contribuire attivamente al deterioramento cognitivo.

La scoperta è di particolare rilevanza perché la via di NRF2 è già un bersaglio farmacologico noto; esistono infatti farmaci, alcuni utilizzati per il trattamento della sclerosi multipla, che mirano ad attivare proprio questo percorso per ridurre l'infiammazione e lo stress ossidativo.

Sebbene siano necessari ulteriori studi per validare e traslare questi risultati in terapie efficaci per l'uomo, l'identificazione di un percorso molecolare così ben definito e potenzialmente modulabile offre una speranza concreta per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche finalizzate a preservare la salute cognitiva durante l'invecchiamento.

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