Il carrello della spesa e il tavolo negoziale, la Russia tra cetrioli e trincee

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra logora chi la fa, si dice, ma a scontrarsi con l’usura del conflitto, ormai prossimo al suo quarto anno, non sono soltanto i reparti al fronte. Sul lungo termine, e i numeri cominciano a certificarlo con una certa crudezza, è l’intero impianto economico e sociale della Federazione Russa a mostrare crepe profonde, quelle stesse che il Cremlino tenta di occultare con narrazioni trionfalistiche e dati ufficiali che, a ben guardare, raccontano una verità parziale. Lo si coglie tra gli scaffali dei supermercati, dove l’impennata dei prezzi – e il cetriolo, il cui costo è lievitato del 34% solo a gennaio, ne è divenuto il simbolo sui social, ironia della sorte – diventa il termometro di un malessere che le statistiche aggregate fanno fatica a catturare. Se da un lato Mosca può vantare un gettito di oltre 15 miliardi di dollari dalle esportazioni di armamenti nel 2025, con consegne effettuate in più di trenta Paesi, e un portafoglio ordini che secondo Vladimir Putin garantirebbe la modernizzazione delle fabbriche belliche, dall’altro lato il cittadino comune si trova a fare i conti con un potere d’acquisto eroso.

L’economia di guerra e il paradosso dei prezzi

Il contrasto, per certi versi stridente, tra la solidità proclamata e la percezione quotidiana emerge con chiarezza dalle rilevazioni indipendenti. Mentre le autorità diffondono numeri che mostrerebbero una crescita salariale persino superiore all’inflazione – contenuta, stando ai comunicati ufficiali, entro la doppia cifra nell’arco del triennio bellico – studi condotti da atenei britannici dipingono uno scenario opposto, con un tasso d’inflazione reale che sarebbe circa il doppio di quello dichiarato, capace di erodere in media il 5% del potere d’acquisto delle famiglie, con punte del 20% per pensionati e lavoratori dei settori non direttamente legati alla macchina bellica. In questo quadro, il carrello della spesa diventa un campo di battaglia silenzioso, dove beni di consumo ordinari come i cetrioli, arrivati a costare quanto la carne di maiale, diventano un lusso per molti. Si moltiplicano, come racconta la stampa internazionale, gli episodi di disagio: pensionati che rinunciano a consumare carne o pesce, madri che tagliano sulle spese per sé pur di garantire corsi di formazione ai figli, e persino un ministro regionale delle Finanze, reo di aver suggerito ironicamente di considerare l’economia come un gioco, costretto a pubbliche scuse dopo la valanga di critiche ricevute.

L’oro degli armamenti e la morsa sulle risorse umane

Parallelamente alle difficoltà nei consumi, il sistema-Putin deve confrontarsi con un’altra emergenza, forse ancora più insidiosa: la tenuta del fronte interno sotto il profilo demografico e sociale. Il dato dei 15 miliardi di dollari incassati dalle vendite di armi, per quanto ragguardevole, non basta a nascondere il fatto che la priorità assoluta resta il rifornimento di uomini e mezzi per l’“operazione militare speciale”. E qui le maglie si allargano ulteriormente. Fonti occidentali e ufficiali ucraini, riprese da diverse agenzie, stimano che le perdite complessive russe – tra morti, feriti gravi e dispersi – abbiano ormai superato la stratosferica cifra di 1,2 milioni di unità, un numero che, se rapportato ai guadagni territoriali – definiti da un rapporto del Centro di studi strategici e internazionali come minimi e paragonabili, per lentezza, alla battaglia della Somme – delinea il ritratto di un’avanzata pagata a caro prezzo. Il reclutamento, per sopperire a queste perdite, si regge su un meccanismo sempre più traballante. Da un lato, gli incentivi economici, che in molte regioni avevano toccato cifre astronomiche – fino a 3,6 milioni di rubli – per chi si arruolava, stanno subendo drastici tagli a causa dei bilanci locali in sofferenza, passando in alcuni casi da 30.000 a 4.000 euro equivalenti. Dall’altro, la leva della coercizione si fa più sottile ma pervasiva, con una “mobilitazione silenziosa” che spinge coscritti e riservisti verso il fronte, talvolta con l’inganno, senza dover ricorrere a una chiamata di massa che il Cremlino teme per le possibili ripercussioni sociali.

L’incognita demografica e il ritorno dei veterani

Oltre all’immediato problema di tappare le buche al fronte, esiste una questione strutturale di lungo periodo, destinata a pesare come un macigno sul futuro del Paese. Il modello di reclutamento basato su lauti compensi ha attinto a piene mani dalle regioni più povere e periferiche, trasformando la guerra per molti in una paradossale fonte di reddito. Ma questo serbatoio non è inesauribile. La riduzione dei premi, unita alla consapevolezza del rischio, sta già facendo calare il numero di nuovi contratti, tanto che, per la prima volta dall’inizio del conflitto, il saldo netto tra nuovi reclutati e perdite irreversibili ha smesso di crescere, attestandosi su una sostanziale parità. Questo significa che l’esercito russo, in termini di effettivi combattenti, ha raggiunto un plateau, e ogni nuovo metro conquistato rischia di corrispondere a un indebolimento della capacità offensiva complessiva. E poi c’è il capitolo, taciuto ma incombente, del ritorno a casa. Si parla di oltre 700.000 uomini che hanno transitato per il teatro ucraino, molti dei quali torneranno con ferite permanenti, fisiche e psicologiche. Il sistema sanitario, già in affanno, e un mercato del lavoro che sconta una carenza di manodopera qualificata – circa 170.000 i posti vacanti nelle sole forze dell’ordine – si troveranno a dover assorbire un’ondata di reduci, con il rischio concreto di tensioni sociali e di un aumento della criminalità, un problema che il Cremlino sembra voler rinviare, delegando alle regioni la gestione di un’emergenza che, per dimensioni, ricorda quella afghana per l’Unione Sovietica.

Il negoziato di Ginevra e la pressione su Kiev

Ed è proprio in questa cornice di affanni interni, tra cetrioli che diventano beni di lusso e fabbriche di carri armati che sfornano modelli sempre più obsoleti come i T-72A rimodernati, che si inserisce il nuovo round di colloqui di pace a Ginevra. L’amministrazione Trump, per bocca dell’inviato Steve Witkoff – descritto da alcuni organi di stampa come un “immobiliarista di New York” convinto della narrazione russa – spinge per una chiusura rapida, con l’obiettivo dichiarato di fermare le ostilità entro l’estate. Ma la pressione, nelle dichiarazioni pubbliche del presidente americano, sembra concentrarsi quasi esclusivamente su Kiev, invitata a sedersi al tavolo e a fare concessioni. Le richieste di Mosca, peraltro, non sono mutate: la cessione dell’intero territorio del Donbas, compresa quella fetta di regione di Donetsk che le truppe russe non sono ancora riuscite a strappare completamente agli ucraini, e il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Richieste che Kyiv, forte anche di un dettato costituzionale che glielo impedirebbe, continua a respingere, chiedendo in cambio garanzie di sicurezza concrete dall’Occidente. Il negoziato, descritto come “teso” e durato sei ore nella sola prima giornata, procede quindi tra dichiarazioni di cauto ottimismo da parte americana e la realtà di un conflitto che, intanto, continua a mietere vittime e a distruggere infrastrutture, come dimostrano i raid russi sulla rete elettrica di Odessa, che hanno lasciato decine di migliaia di persone senza riscaldamento in pieno inverno. La sensazione, insomma, è che mentre al tavolo si discute di assetti territoriali, fuori dalle sale del potere la Russia cerchi di guadagnare posizioni, sfruttando ogni momento di stasi diplomatica per logorare ulteriormente il nemico e, forse, distogliere lo sguardo dalle proprie, crescenti, difficoltà interne.

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