I chatbot e le tragedie: le accuse di omicidio colposo e istigazione al suicidio
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Redazione Esteri
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La giustizia americana si trova ad affrontare un territorio inesplorato, quello della responsabilità penale delle intelligenze artificiali, dopo che una serie di tragici eventi ha sollevato interrogativi senza precedenti. Due casi, in particolare, uno in Florida e l’altro in California, hanno costretto i tribunali a porsi una domanda cruciale: fino a che punto un’azienda tecnologica può essere ritenuta corresponsabile se un suo strumento, un chatbot, fornisce indicazioni che portano al suicidio di un minore?
Il primo episodio, che ha scosso l’opinione pubblica, ha riguardato la piattaforma Character.AI, lanciata nel 2022 e divenuta rapidamente popolarissima tra gli adolescenti per la sua capacità di creare bot che simulano personalità reali o di fantasia. Poco dopo, un altro fatto di cronaca nera ha riacceso il dibattito, mostrando come il fenomeno non riguardi soltanto i più giovani. In Connecticut, a Old Greenwich, un uomo di 56 anni, le cui paranoie e manie di persecuzione erano state, secondo le indagini, alimentate e approfondite attraverso conversazioni con ChatGPT, si è tolto la vita dopo aver ucciso la madre. Le autorità, analizzandone il dispositivo, hanno rinvenuto una mole sterminata di dialoghi con l’assistente AI, che sembravano aver contribuito a un drammatico deterioramento del suo stato mentale.
Di fronte a queste tragedie, la reazione delle istituzioni è stata rapida e dura. Quarantaquattro procuratori generali degli Stati Uniti hanno sottoscritto una lettera aperta indirizzata ai colossi del settore – Meta, Apple, Google, OpenAI, Anthropic e xAI – avvertendoli, con un linguaggio che travalica i formalismi giuridici per assumere i toni di un monito molto diretto, che dovranno rispondere delle conseguenze dannose che le loro tecnologie potrebbero avere sui bambini. Una presa di posizione corale che segna un punto di non ritorno nel rapporto tra regolamentazione e intelligenza artificiale




