Il rincaro dei carburanti in Europa, le scelte dei governi tra tetti e accise, e la posizione dell’Italia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation delle tensioni in Medio Oriente, con il blocco dello Stretto di Hormuz imposto dai pasdaran in risposta ai raid congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran, ha innescato una crisi energetica dalla portata considerevole, riportando il prezzo del petrolio Brent abbondantemente sopra la soglia dei cento dollari al barile e spingendo i listini di benzina e diesel oltre la fatidica quota dei due euro in molti distributori europei. Di fronte a questa impennata, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito come la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero, i governi del Vecchio Continente stanno reagendo in ordine tutt’altro che sparso, bensì seguendo filosofie opposte e, talvolta, inconciliabili.

Se da un lato l’amministrazione Trump, attraverso il coordinamento del G7, spinge per un rilascio massiccio e coordinato delle riserve strategiche – si parla di fino a 400 milioni di barili – per calmierare le quotazioni, dall’altro lato i singoli esecutivi nazionali devono fare i conti con l’emergenza quotidiana alle pompe di benzina, adottando misure che vanno dai tetti amministrati ai tagli fiscali, passando per controlli a tappeto. L’Ungheria di Viktor Orbán, per esempio, ha scelto la via più diretta e forse più drastica, reintroducendo un tetto massimo al prezzo dei carburanti: dalla mezzanotte del 10 marzo, la benzina non può superare i 595 fiorini al litro (circa 1,50 euro) e il diesel i 615 fiorini (circa 1,55 euro), una misura che, nelle intenzioni del premier ungherese, vuole proteggere le famiglie e le imprese agricole dagli effetti di una crisi generata da “una guerra scatenata da qualcuno dall’altra parte del mondo”. Sulla stessa lunghezza d’onda si muove la Croazia, che ha fissato prezzi massimi rispettivamente a 1,50 e 1,55 euro per l'intera rete distributiva, mentre la Slovenia, forte di un meccanismo di regolazione dei prezzi già strutturato, è riuscita a mantenere la benzina a 1,466 euro e il diesel a 1,528 euro, assorbendo gran parte dello shock grazie a un intervento statale che altrimenti avrebbe visto i listini volare ben più in alto.

Dalle accise mobili di Roma ai controlli di Parigi, la frammentazione delle risposte Ue

L’approccio dei paesi dell’Europa occidentale e mediterranea, incluso naturalmente il governo Meloni, si sta rivelando profondamente diverso. La Francia, per esempio, ha puntato sulla repressione delle potenziali frodi, avviando centinaia di ispezioni nelle stazioni di servizio per verificare che la crisi geopolitica non diventi un pretesto per speculazioni ingiustificate. Il Portogallo, invece, ha messo in campo un meccanismo di neutralità fiscale quasi automatico: quando l’aumento settimanale supera i dieci centesimi al litro, lo Stato restituisce ai contribuenti il surplus di Iva incassato, come è accaduto per il diesel, riducendo l’accisa di 3,55 centesimi per evitare che l’erario tragga profitto dall’emergenza.

In Italia, la linea è ancora in via di definizione, sebbene il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, abbia duramente attaccato le compagnie petrolifere, accusandole di speculare “sulla pelle degli italiani” in un contesto già reso difficile dal caro-vita. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha invece ribadito l’intenzione di procedere con l’attivazione delle cosiddette “accise mobili”, uno strumento introdotto nella precedente legislatura che consente di ridurre la tassazione fissa sui carburanti quando il prezzo del greggio supera una certa soglia, compensando il minor gettito con il maggiore incasso Iva derivante dal rincaro del bene. Tuttavia, l’attivazione di questo meccanismo non è immediata: richiede un decreto ministeriale e una verifica della stabilità dei prezzi su base bimestrale rispetto ai parametri del Def, parametri che oggi risultano però ampiamente superati dall’impennata in atto. Nel frattempo, il governo ha intensificato i monitoraggi sulla filiera per scongiurare manovre speculative, mentre una richiesta italiana di sospendere temporaneamente il sistema Ets (Emission Trading Scheme) per l’elettricità prodotta da centrali termoelettriche è stata respinta da un fronte di otto paesi, tra cui Danimarca, Olanda e Spagna, mostrando tutte le difficoltà di una risposta europea realmente coesa.

Germania attendista, l’incognita delle riserve e la pressione del Brent

Mentre a Bruxelles si studiano opzioni che tardano ad arrivare, la Germania mantiene un profilo attendista ma non privo di iniziative. Da un lato, il governo di Berlino valuta il rilascio di parte delle riserve petrolifere strategiche per inviare un segnale distensivo ai mercati e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento, come dichiarato dal ministero dell’Economia tedesco; dall’altro, si discute l’ipotesi di limitare la frequenza delle variazioni di prezzo consentite ai distributori, magari a una sola al giorno, per arginare la speculazione intragiornaliera che alimenta ulteriormente i listini. Nel frattempo, i prezzi continuano a salire e, in paesi come i Paesi Bassi, hanno toccato punte di 2,39 euro al litro, acuendo il disagio di automobilisti e autotrasportatori.

La tensione rimane altissima anche perché il greggio, dopo aver chiuso per la prima volta sopra i cento dollari al barile il 12 marzo, continua a fluttuare su valori che fino a poche settimane fa sembravano inimmaginabili, alimentato dal blocco del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz e dalla minaccia iraniana di portare il prezzo a 200 dollari. In questo scenario, l’Agenzia Internazionale dell’Energia si dice pronta a coordinare l’immissione sul mercato delle scorte strategiche, ma l’efficacia di una tale misura resta tutta da verificare, specialmente in un contesto di domanda ancora sostenuta e di offerta che fatica a tenere il passo. I governi europei, dal canto loro, procedono a tentoni, consapevoli che qualsiasi scelta – sia essa il calmiere, il taglio delle accise o l’ispezione capillare – rischia di rivelarsi un boomerang se la crisi mediorientale dovesse protrarsi nel tempo.

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