Aggressione all’autogrill di Lainate: due versioni a confronto, ma l’odio antisemita non si cancella
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Redazione Interno
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Quello che doveva essere una semplice sosta in autostrada si è trasformato in un episodio che riaccende i riflettori sull’antisemitismo, un male che, purtroppo, non conosce tregua. Domenica sera, all’autogrill Villoresi Ovest di Lainate, a nord di Milano, Elie Sultan, un turista francese di 52 anni, e suo figlio di sei anni sono stati aggrediti mentre indossavano la kippah. Un simbolo religioso che, ancora oggi, può scatenare violenza.
Gli investigatori hanno ricostruito la dinamica iniziale: due gruppi, per un totale di dieci persone, erano presenti nell’area di ristoro quando Sultan e il bambino sono stati presi di mira con insulti e pugni. La Brigata ebraica ha denunciato l’accaduto, sottolineando il carattere antisemita dell’aggressione. Ma la vicenda si è complicata quando due fratelli, parte del gruppo accusato, hanno presentato un esposto sostenendo che sia stato Sultan a provocare, fissandoli perché parlavano in arabo e rivolgendosi alle donne del gruppo con atteggiamento minaccioso. «Ci ha chiamato "figli di puttana palestinesi, terroristi"», hanno dichiarato, aggiungendo che sarebbe stato lui a alzare le mani per primo.
Se da un lato c’è chi vede in questa aggressione l’ennesimo segnale di un clima sempre più ostile verso gli ebrei, dall’altro emerge una narrazione contrapposta, che ridisegna i contorni di un episodio diventato simbolo di tensioni più ampie. Quel che è certo è che, al di là delle versioni, l’intolleranza – sia essa religiosa, etnica o culturale – continua a trovare spazio in gesti che, purtroppo, non stupiscono più.




