Il fratello di Daniela Zinnanti: «Mia sorella lo aveva denunciato, ma il sistema non funziona»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dolore, a Messina, si è fermato nel cortile di via Lombardia, dove Roberto Zinnanti è rimasto per tutta la notte, come a voler vegliare una verità che non arriverà mai a lenire l’assenza di Daniela, sua sorella, una donna di 50 anni la cui vita è stata spezzata ieri sera da decine di coltellate inferte, secondo la ricostruzione degli inquirenti, dall’ex compagno Santino Bonfiglio, un uomo di 67 anni che, dopo un iniziale tentativo di far perdere le proprie tracce, è stato fermato dalla polizia ed ha infine confessato l’omicidio, fornendo elementi utili agli investigatori per ricostruire la dinamica di una serata che si è trasformata in una tragedia annunciata.

La scoperta del cadavere, avvenuta per mano della figlia della vittima, la quale, rientrata nell'abitazione e trovandosi davanti quella scena, è stata colta da un malore tanto violento da rendere necessario il suo immediato trasporto in ospedale, aggiunge un ulteriore strato di raccapriccio a una vicenda già di per sé aberrante, gettando nello sconforto più totale l’intero nucleo familiare e l’intero quartiere Lombardo, già scosso, come del resto l’intera città, da un precedente femminicidio che aveva visto protagonista pochi mesi fa la giovane Sara Campanella.

Il racconto del fratello e l’inutilità dei campanelli d’allarme

Roberto Zinnanti, la cui voce si spezza nel tentativo di dare un senso a ciò che senso non ha, non riesce a trovare requie di fronte alla consapevolezza che la morte di Daniela, una relazione tormentata fatta di alti e bassi iniziata circa un anno fa, poteva e forse doveva essere evitata, se solo qualcuno avesse ascoltato con maggiore attenzione il grido di aiuto di una donna che i segnali, purtroppo, li aveva lanciati tutti. L’uomo, parlando con i cronisti presenti sul luogo, ha sottolineato come la sorella avesse formalizzato una denuncia contro Bonfiglio, dopo che l’uomo, circa un mese fa, l’aveva aggredita con una violenza tale da renderne necessario il ricovero in ospedale; eppure, nonostante quel precedente specifico e nonostante il fatto che il sessantasettenne fosse già sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per reati contro la persona, nulla ha potuto fermare la furia omicida che si è scatenata ieri sera tra le mura domestiche.

La dinamica del delitto e il peso di un braccialetto inutile

Stando a quanto emerso dalle prime indiscrezioni investigative, coordinate dalla Procura della Repubblica di Messina, Santino Bonfiglio, tornato in libertà soltanto da poche settimane dopo un periodo di detenzione domestica monitorata a distanza, si sarebbe recato presso l’abitazione della ex compagna con l’intenzione, stando a quanto lui stesso avrebbe dichiarato, di parlare e forse di tentare un estremo riavvicinamento sentimentale, una richiesta che si è però scontrata con il netto rifiuto di Daniela Zinnanti, la quale, con ogni probabilità, aveva ormai deciso di chiudere definitivamente con quel rapporto tossico. A quel punto, la reazione del 67enne è stata improvvisa e letale: dopo essersi procurato un coltello, l’avrebbe colpita con una furia inaudita, inferendole decine di fendenti, per poi darsi alla fuga e abbandonare l’arma del delitto, successivamente rinvenuta dagli agenti della squadra mobile nei pressi di un cassonetto dell’immondizia situato non lontano dalla scena del crimine, un elemento che, insieme alle immagini estrapolate dai sistemi di videosorveglianza della zona, ha contribuito a inchiodarlo alle sue responsabilità.

Un precedente ciclo di violenza e una denuncia ritirata

Le indagini, che ora si concentrano sull’esame della documentazione relativa ai precedenti episodi di violenza, hanno già permesso di delineare il profilo di una relazione malata e pericolosa, costellata da separazioni e ripensamenti, l’ennesima storia nella quale il meccanismo di protezione previsto dalla legge si è dimostrato, ancora una volta, drammaticamente fallace. Il fatto che Bonfiglio fosse già noto alle forze dell’ordine e sottoposto a una misura restrittiva, seppur non carceraria, getta un’ombra inquietante sull’efficacia di quei sistemi di controllo pensati per prevenire proprio questi epiloghi, mentre il ritiro della denuncia da parte della vittima, un gesto fin troppo comune in contesti di sopraffazione psicologica e fisica, non ha fatto altro che allungare l’ombra di un destino che molti, nel silenzio di quelle mura, forse avevano già immaginato.

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