Petro e la notte in cui temeva il destino di Maduro: "Trump mi ha avvertito al telefono"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente colombiano Gustavo Petro ha trascorso giorni di angoscia, convinto che da un momento all'altro un'operazione militare statunitense potesse abbattersi sul palazzo presidenziale. Nella Casa de Nariño, ha rivelato, non esistono bunker in cui rifugiarsi, una vulnerabilità che ha acuito il suo timore di vivere la stessa esperienza del leader venezuelano Nicolás Maduro, il quale, in un episodio di cronaca nera rimasto impresso nella memoria politica continentale, fu prelevato dalla sua residenza per essere condotto altrove. La minaccia, stando alle sue parole, è sembrata poi attenuarsi, sebbene permanga un'incertezza di fondo sulla reale portata delle intenzioni altrui. "La minaccia ora sembrerebbe congelata, ma potrei sbagliarmi", ha affermato Petro, aggiungendo di non conoscere i dettagli operativi ma solo l'esistenza di una pianificazione in atto.

La telefonata cruciale con la Casa Bianca

L'episodio culminante di questa crisi sotterranea è stata un'intensa conversazione telefonica della durata di un'ora con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È stato in quel frangente, secondo la ricostruzione fornita da Petro, che Trump avrebbe esplicitato l'intenzione di "colpire la Colombia", una dichiarazione che ha gettato il governo di Bogotà in uno stato di massima allerta. L'apprensione del leader colombiano trova una radice, oltre che nelle dichiarazioni bellicose, negli attacchi verbali pubblici ricevuti da Trump, il quale lo ha più volte definito, in termini spregiativi, un tossicodipendente, un delinquente e un prestanome degli interessi di Maduro, accusandolo altresì di legami con il narcotraffico.

Il clima infuocato nelle piazze colombiane

Mentre la diplomazia viveva momenti di tensione, la piazza colombiana veniva riscaldata da un linguaggio politico acceso e da simboli forti. In un comizio, accanto a bandiere nazionali e a quelle del dissolto movimento guerrigliero M-19 – da cui lo stesso Petro proviene –, si potevano vedere ritratti di figure rivoluzionarie storiche. Tra la folla, Eliecer Betancur, con un cappello nero recante la scritta dorata "República de Colombia", non ha usato mezzi termini, lanciando un'accusa precisa e diretta: "È un fascista, Trump è un fascista". Una dichiarazione che, risuonando in un contesto già polarizzato, riflette la radicalizzazione del dibattito pubblico attorno a una crisi i cui contorni sono rimasti a lungo nell'ombra delle relazioni bilaterali.

Le ombre di un'operazione non realizzata

Il nucleo della vicenda risiede nella percezione di un pericolo imminente e fisico, descritto con immagini vividhe: l'atterraggio di un elicottero sul tetto della residenza presidenziale, le forze d'assalto che irrompono negli appartamenti privati, la mancanza di un luogo sicuro dove trovare scampo. Petro ha vissuto con la sensazione che il suo destino fosse sul punto di incrociare quello di Maduro, in un copione già visto nel vicino Venezuela, dove le dinamiche del potere si sono spesso scontrate con tentativi di intervento esterno. La telefonata con Trump rappresenta, nella narrazione del presidente colombiano, lo snodo che ha forse modificato il corso degli eventi, sebbene le sue parole lascino intendere che la partita non sia del tutto chiusa e che l'incertezza strategica continui a pesare sulle sue decisioni e sulla sicurezza nazionale.

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