Colombia, l'appello delle Farc a combattere gli Stati Uniti e la telefonata tra Petro e Trump
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Redazione Esteri
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Un inedito e pericoloso cortocircuito geopolitico, che ha le sue radici nelle piazze di spaccio e nelle miniere illegali, scuote la Colombia mentre dalle selve riemergono vecchi spettri. Il leader delle Farc, Nestor Gregorio Vera, noto come "Ivan Mordisco", ha lanciato un appello alle altre formazioni ribelli affinché si uniscano per combattere contro gli Stati Uniti, indicando in questo modo una precisa direzione di conflitto a una galassia insurrezionale che, contando su oltre undicimila membri, trae i suoi sostentamenti dal narcotraffico e dall'estrazione clandestina dell'oro. Una dichiarazione di guerra, la sua, che giunge in un momento di tensione internazionale senza precedenti, dopo che il presidente Gustavo Petro ha rivelato di aver temuto un'azione militare statunitense ai suoi danni, paragonando esplicitamente il proprio destino a quello che avrebbe potuto essere quello di Nicolás Maduro.
La crisi diplomatica e il racconto della chiamata
Proprio dalle parole di Petro, il quale ha affermato di aver ricevuto una telefonata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, emerge il racconto di quelle ore concitate in cui Bogotà visse sotto la minaccia di un'operazione militare. «Trump mi ha detto al telefono che voleva colpire la Colombia», ha dichiarato il capo di Stato colombiano, il quale ha confessato di aver immaginato, da un momento all'altro, l'atterraggio di una forza d'assalto sul tetto della Casa de Nariño, la sede del governo, priva di bunker dove trovare rifugio. Una minaccia che, per sua stessa ammissione, appare al momento «congelata», pur nella consapevolezza che i piani d'azione rimangono ignoti e che l'incertezza permane. Trump, dal canto suo, aveva definito Petro, in precedenza, con epiteti durissimi quali tossicodipendente e narcotrafficante, aggiungendo l'accusa di essere un prestanome di Maduro, in un escalation verbale che aveva già graffiato i rapporti bilaterali.
Il confine come specchio dell'instabilità
A pochi chilometri da dove si consumano queste tensioni ai massimi livelli, la vita quotidiana delle persone è segnata da un'insicurezza più ordinaria ma non per questo meno tangibile. Sul Ponte Bolívar, a duecento passi dal Venezuela, si muovono esistenze sospese, come quella della coppia che ogni sabato attraversa il confine per portare fiori sulla tomba dei genitori, un rituale mantenuto nonostante i trasferimenti e i pericoli. «Qui c’è gente cattiva», avverte l'uomo alla moglie, in un eufemismo che cela la realtà dei furti frequenti, problema peraltro considerato minore nel settore di La Parada, a Villa del Rosario, estrema periferia di Cúcuta. Sono luoghi dove il controllo statale fatica ad arrivare e dove, al contrario, le economie illegali che alimentano i gruppi armati trovano terreno fertile, creando un circolo vizioso tra malessere sociale, criminalità e insurrezione.
Le implicazioni di un riarmo ideologico
L'invito alle armi di "Ivan Mordisco", per quanto possa apparire retorico, non è un elemento da sottovalutare poiché rischia di innescare una riorganizzazione delle forze ribelli sotto un'unica bandiera anti-statunitense, con il potenziale di trasformare una crisi diplomatica in un conflitto asimmetrico diffuso. La capacità finanziaria di cui questi gruppi dispongono, garantita dal controllo di traffici illeciti multimilionari, fornisce loro i mezzi per sostenere una mobilitazione prolungata. La rivelazione di Petro, d'altro canto, dipinge un quadro in cui le parole possono rapidamente tradursi in piani operativi, lasciando intendere quanto siano fragili i confini tra un'offesa verbale e una minaccia concreta all'integrità di una nazione sovrana, in una regione dove la memoria degli interventi passati è ancora vivida.




