Pure i suoi alleati vogliono sfrattare Ursula
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La posizione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, appena un anno dopo la sua rielezione, appare sempre più insidiata, non solo dalle opposizioni tradizionali ma da quel fronte di alleati che, pur sostenendola formalmente, iniziano a mostrare crepe significative. Dopo le critiche giunte dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, che hanno evidenziato un malcontento trasversale, la von der Leyen si trova a dover fronteggiare due distinte mozioni di sfiducia presentate in Parlamento: una dal gruppo di estrema destra dei lepenisti e l’altra da Left, formazione che include il Movimento 5 Stelle.
Tuttavia, il segnale più preoccupante per la capa dell’esecutivo comunitario proviene dall’interno del suo stesso schieramento. Il Partito Socialista Europeo, infatti, non esclude di appoggiare la mozione di sfiducia, una eventualità che, se concretizzata, segnerebbe un punto di non ritorno. A confermare questa linea di tensione è stato Nicola Zingaretti, il quale ha dichiarato che il gruppo «valuterà» l’ipotesi, aggiungendo che «la linea va cambiata» – un’affermazione che suona come un chiaro ultimatum politico.
In un contesto politico europeo sempre più frammentato e polarizzato, dove gli equilibri sono delicati, la vicenda assume i contorni di una crisi di governance che supera i confini delle singole personalità. La von der Leyen, che pure aveva iniziato il mandato con un ampio consenso, si misura ora con un logoramento che sembra derivare tanto da scelte politiche controverse quanto dalla difficoltà di mediare tra interessi nazionali spesso divergenti.




