Il pm Storari allarga l’inchiesta sul caporalato digitale: dopo Glovo, controllo giudiziario per Deliveroo e verifiche su McDonald’s, Esselunga e altri sette colossi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non si ferma più soltanto alle piattaforme di food delivery, l’indagine della procura di Milano sullo sfruttamento dei rider. Il pubblico ministero Paolo Storari, lo stesso che poche settimane fa aveva ottenuto dal giudice per le indagini preliminari il commissariamento di Foodinho-Glovo, ha ora disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per Deliveroo Italy, contestando alla società, e al suo amministratore unico Andrea Giuseppe Zocchi – quest’ultimo formalmente iscritto nel registro degli indagati – il reato di caporalato -2. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, che hanno incrociato i dati forniti dalla piattaforma con le testimonianze dirette di una cinquantina di fattorini, il meccanismo di assegnazione delle consegne governato dall’algoritmo avrebbe di fatto privato i lavoratori di qualsiasi autonomia, incasellandoli in una condizione di etero-organizzazione tipica del lavoro subordinato ma senza le relative tutele contrattuali e previdenziali -7-8.

Compensi fino al 90 per cento sotto la soglia di povertà

Il nucleo centrale dell’accusa, che replica lo schema già contestato a Glovo, poggia su un dato numerico preciso e, per i magistrati, inequivocabile: ai circa tremila rider operativi nella provincia di Milano – sui ventimila attivi in tutta Italia – sarebbero stati corrisposti compensi orari talvolta inferiori fino al novanta per cento rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali e, soprattutto, rispetto alla soglia di povertà calcolata su parametri Istat e su indicatori come l’importo della disoccupazione -2-6. Nell’ordinanza, che cita ampiamente la giurisprudenza in materia, il pm Storari sottolinea come una retribuzione del genere, oscillante spesso intorno ai quattro euro l’ora, non solo violi l’articolo 36 della Costituzione – quello che garantisce un’esistenza libera e dignitosa – ma configuri un vero e proprio approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori, i quali, come emerso dalle intercettazioni ambientali e dai racconti raccolti, accettavano turni di undici ore consecutive pur di portare a casa qualcosa, percorrendo anche centocinquanta chilometri al giorno in sella a biciclette o scooter pur di non vedersi decurtare il punteggio reputazionale dall’algoritmo -1-6.

La tenaglia della procura: non solo piattaforme, ma anche i grandi committenti

Se il controllo giudiziario su Deliveroo – che prevede la nomina di un amministratore giudiziario, Massimiliano Poppi, chiamato a vigilare sulla regolarizzazione dei rapporti di lavoro e a rivedere i meccanismi di pagamento – rappresenta un ulteriore passo avanti nella strategia del pool guidato da Marcello Viola, è l’altro fronte aperto dagli inquirenti a segnare un cambio di passo sostanziale. I carabinieri del Nucleo Tutela del Lavoro, su delega del pm, hanno infatti notificato richieste di esibizione documentale a sette grandi gruppi che intrattengono rapporti commerciali con Deliveroo e che si avvalgono dei suoi rider per le consegne a domicilio -5. Nell’elenco figurano nomi notissimi della ristorazione veloce e della grande distribuzione: McDonald’s, Burger King, KFC, Poke House, ma anche Carrefour, Esselunga e Crai. Per il momento, si tratta di società non indagate, ma l’ipotesi che i magistrati intendono verificare è che anche questi colossi possano trarre un vantaggio consapevole – e quindi in qualche modo concorrere – dal sistema di basso costo del lavoro garantito dalle piattaforme -8.

Modelli organizzativi sotto la lente: cosa cercano i carabinieri

Agli ufficiali intervenuti nelle sedi milanesi delle sette aziende non è stata richiesta soltanto la lista delle forniture o il dettaglio delle commissioni pagate a Deliveroo. La procura, attraverso i militari dell’Ispettorato, ha chiesto di visionare i modelli organizzativi adottati da ciascuna società, i verbali degli organismi di vigilanza, i codici etici, le procedure di accreditamento dei fornitori e i canali di segnalazione interna, i cosiddetti sistemi di whistleblowing -5-9. L’obiettivo, come spiegato nelle stesse carte depositate dal pm, è quello di accertare se i modelli di organizzazione e gestione – obbligatori per legge e pensati per prevenire reati – fossero o meno idonei a intercettare e a impedire situazioni di sfruttamento lavorativo nella filiera. In sostanza, i magistrati vogliono capire se i grandi marchi chiudessero entrambi gli occhi, avvantaggiandosi di tariffe concorrenziali rese possibili proprio dal mancato rispetto dei minimi salariali, ricalcando quel meccanismo già emerso nelle inchieste sulla moda che avevano portato al sequestro di decine di laboratori cinesi a Firenze e Milano -9.

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