La Cina dona cinquemila impianti fotovoltaici a Cuba mentre la crisi energetica accende la piazza dell'Avana
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Redazione Esteri
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La morsa energetica con cui l'amministrazione Trump intende strangolare l'economia cubana, chiusi i rubinetti del petrolio venezuelano e minacciando dazi a chiunque osi rifornire l'isola di carburante, ha spinto L'Avana tra le braccia di Pechino. Una risposta, quella cinese, che si concretizza in aiuti concreti e che arriva in un momento di massima tensione sociale, con le strade della capitale nuovamente illuminate – se così si può dire – dai fuochi delle proteste e dal fragore delle pentole battute dai residenti. Nel cuore della notte tra venerdì e sabato, quartieri popolari come Jesús María sono diventati l'epicentro di una rabbia che non si placa: decine di persone, intere famiglie con bambini, sono scese in strada per i cosiddetti cacerolazos, facendo riecheggiare slogan durissimi contro il governo e, in alcuni casi, contro il sistema stesso. “Abbasso il comunismo!”, si è levato tra l'oscurità e il caldo, mentre la capitale sprofondava nell'ennesimo blackout generale causato dal fermo della centrale termoelettrica Antonio Guiteras, il più importante impianto del paese, la cui potenza è da giorni abbondantemente sotto la domanda nazionale.
Una sfida all'embargo che parte dal sole e dai tetti delle case
È in questo scenario di crescente precarietà che la Cina ha deciso di virare il proprio sostegno su un asse strategico ben preciso, aggirando di fatto le restrizioni imposte da Washington sui combustibili fossili. Il regime castrista, che vede minacciata la continuità dei servizi essenzziali e la tutela persino dei diritti più basilari, ha avviato un programma di installazione massiccia di pannelli solari, grazie a una donazione di cinquemila kit fotovoltaici da due kilowatt ciascuno provenienti da Pechino. Più della metà di questi sistemi, come riportato dal quotidiano ufficiale Granma, verrà destinata a quelli che vengono definiti “centri vitali” in tutti i municipi: non solo policlinici e case di riposo, ma anche uffici postali, banche, farmacie, panetterie e persino le strutture per le pompe funebri. Un'operazione che, se da un lato mostra il volto solidale del Dragone, dall'altro costituisce una sfida geopolitica precisa, mirata a garantire all'isola una parvenza di “sopravvivenza energetica” senza dover dipendere dal greggio che gli Stati Uniti le hanno tagliato.
La logica della sopravvivenza tra ambulatori e case isolate
I numeri del progetto, che prevede la distribuzione di questi impianti in gran parte off-grid, raccontano di una logica di emergenza nazionale. Dei 2671 sistemi destinati agli edifici pubblici, la priorità è andata alle strutture sanitarie di base: 556 sono in fase di montaggio nei policlinici, mentre altri 461 andranno ad alimentare gli hogares maternos e le case di cura per anziani. La lista include anche 301 impianti per le funerarie, a testimonianza di quanto la crisi abbia paralizzato ogni aspetto della vita civile, e 240 per le sedi periferiche dell'ETECSA, la compagnia telefonica statale. Non sono state dimenticate le zone più remote: 2329 kit, invece, troveranno posto in abitazioni isolate che spesso non hanno mai avuto accesso alla rete elettrica nazionale o che, fino a ieri, dipendevano da generatori diesel ormai silenziosi per mancanza di carburante. L'obiettivo, in questo caso, non è solo quello di portare la luce, ma di rallentare un esodo rurale che la prolungata assenza di elettricità non può che accelerare.
Le difficoltà strutturali e il malessere sociale alle porte dell'Avana
L'ondata di proteste che ha scosso l'Avana, tuttavia, dimostra quanto la strada per uscire dall'emergenza sia ancora lunga e irta di ostacoli. La popolazione, scesa in piazza in diverse zone della capitale, non ha risparmiato critiche al governo locale, percepito come incapace di garantire un servizio essenziale. Il crollo della rete, innescato dal guasto alla centrale Guiteras e dalla cronica mancanza di combustibile per le centrali a olio combustibile, ha lasciato al buio milioni di cubani per ore e ore, costringendo le autorità a drastici piani di contingenza. In questo clima di esasperazione, la solidarietà cinese – che pure include anche un fondo di emergenza da 80 milioni di dollari e ingenti forniture di riso – rappresenta un baluardo contro il collasso totale, ma non placa l'impazienza di chi vive nell'oscurità e sogna un cambiamento, in qualunque forma esso si presenti.




