L’eco di Calciopoli e lo spettro di un nuovo sistema: Meani, l’inchiesta Rocchi e le “pretese” dei club
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Redazione Sport
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Gli fischiano le orecchie, come se vivesse circondato da arbitri, e non potrebbe essere altrimenti per un uomo la cui vita è stata segnata dal fischio di un inizio partita che, vent’anni fa, si trasformò in un processo. Leonardo Meani, il ristoratore di Lodi che fu il “cerino” rimasto in mano al Milan nello scandalo del 2006, si ritrova oggi, suo malgrado, a fare da testimone involontario di un nuovo terremoto giudiziario che sta scuotendo le fondamenta del calcio italiano. Mentre la Procura di Milano scava nei meandri delle designazioni arbitrali – con intercettazioni che rivelerebbero le “pretese” dei club nei confronti dell’ex designatore Gianluca Rocchi – il ricordo di quel lontano 7 maggio, quando il suo nome apparve in prima pagina e la scorta gli fu assegnata dopo minacce di morte, torna prepotentemente alla ribalta.
“Non c’è paragone”: il confronto tra due ere del sospetto
A vent’anni di distanza, Meani osserva la bufera che avvolge Rocchi (indagato per frode sportiva e autosospeso) e la sua rete di contatti con i vertici delle società, tracciando un netto distinguo rispetto alla sua esperienza. “All’inizio mi ha colpito, non credevo sarebbe potuto succedere ancora”, confessa nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, “ma ora mi pare infinitamente meno grave rispetto al 2006”. Secondo la sua lettura, mancherebbe quel “sistema” capillare e verticistico che, ai tempi della Triade juventina, riusciva a orientare le gare dall’alto verso il basso; l’attuale inchiesta, per quanto seria, gli appare più circoscritta a pressioni e malumori contingenti, privi della struttura paramafiosa che caratterizzò Calciopoli. A dimostrazione di quanto i tempi siano cambiati, Meani ricorda come all’epoca si vivesse in un’aria di sospetto costante: fu guardando un semplice Fiorentina-Bologna in televisione che, sentendo il telecronista parlare di diffidati che avrebbero saltato la Juventus, iniziò a intuire l’esistenza di un disegno occulta, una sensazione che oggi gli inquirenti cercano di tradurre in capi di imputazione concreti.
Le carte segrete e le voci dal Palazzo di Giustizia
Mentre Meani rilasciava la sua intervista, negli uffici del pm Maurizio Ascione si consumava una giornata cruciale per l’indagine. Gli investigatori della Guardia di Finanza hanno ascoltato per ore, in qualità di persone informate sui fatti, due figure chiave dell’ingranaggio calcistico: Andrea Butti, l’attuale responsabile dell’ufficio Competizioni della Lega Serie A (ex team manager dell’Inter), e Riccardo Pinzani, l’ex referente Figc per i rapporti tra l’Aia e le società, oggi in forza alla Lazio. L’oggetto del confronto, trapela dalle cronache, sarebbe stato il contenuto di alcune intercettazioni telefoniche risalenti a poco più di un anno fa, nelle quali Rocchi discuteva proprio con loro. Al centro dei dialoghi, finiti nelle carte della procura, ci sarebbero i “malumori” e le “pretese” dei club di Serie A; nello specifico, due capitoli dell’indagine riguarderebbero presunte designazioni “pilotate” per assecondare i gusti – o i disgusti – della società nerazzurra, che avrebbe indicato arbitri “graditi” o “poco graditi”.
Il metodo e le omissioni di un sistema moderno
L’inchiesta si concentra in particolare sui rapporti tra Rocchi e Giorgio Schenone, l’attuale club referee manager dell’Inter il cui nome, sebbene non risulti indagato, è emerso nelle conversazioni come possibile interlocutore diretto del designatore. Le rivelazioni delle intercettazioni – che secondo fonti di stampa coinvolgerebbero in realtà telefonate con dirigenti di molteplici club, e non solo di uno – mettono in luce una prassi che il regolamento vieta tassativamente: il contatto diretto e informale tra chi prepara le partite e chi le gioca, scavalcando i canali ufficiali. Meani, che di quelle pratiche fu maestro e vittima, lancia un monito al sistema attuale: egli punta il dito contro la figura dell’addetto arbitri – che abolirebbe volentieri – e contro l’eccessiva discrezionalità del designatore, proponendo il ritorno al sorteggio integrale come ai tempi del vecchio pallone. In attesa che la giustizia faccia chiarezza (sono attese a breve le audizioni anche di altri esponenti di club), il paradosso che avvolge il calcio italiano è tutto racchiuso nella figura di Meani: un condannato di Calciopoli che oggi, forse più di molti dirigenti in carica, sembra conoscere la ricetta per sterilizzare i veleni di questo infinito dopopartita.




