Rocchi ai pm: «Mai pressioni, ma indicazioni? Una prassi diffusa». L’interrogatorio che ha chiuso l’inchiesta

Rocchi ai pm: «Mai pressioni, ma indicazioni? Una prassi diffusa». L’interrogatorio che ha chiuso l’inchiesta
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Redazione Sport Redazione Sport   -   Nel corso dell'interrogatorio che ha di fatto segnato il destino dell'inchiesta milanese sul mondo arbitrale, l'ex designatore Gianluca Rocchi ha scelto una linea precisa: quella di ridimensionare il peso delle conversazioni intercettate, circoscrivendo la portata delle pressioni ricevute a semplici "indicazioni", peraltro considerate una prassi consolidata nei rapporti tra società e classe arbitrale.

Davanti ai pm Maurizio Ascione e Paolo Ielo, Rocchi ha risposto punto su punto alle domande che gravavano sulla sua posizione e, di riflesso, su quella dell'Inter, contribuendo a gettare le basi per la richiesta di archiviazione poi formalizzata dalla Procura.

La linea difensiva: nessuna pressione diretta

La pietra angolare della strategia difensiva di Rocchi è stata la netta distinzione tra ciò che lui ha definito "pressioni" e ciò che invece erano semplici "indicazioni". «Nessuno si è mai permesso di dirmi direttamente o indirettamente voglio questo o quell'arbitro»: con questa frase, riportata dal Corriere della Sera, l'ex designatore ha negato la sussistenza di quei condizionamenti che le intercettazioni sembravano invece lasciar trapelare.

L'ex arbitro ha poi ammesso che gli pervenivano segnalazioni, le quali transitavano attraverso Riccardo Pinzani, figura all'epoca incaricata dei rapporti tra l'AIA e i club. Tra queste, Rocchi ha menzionato anche il referente dell'Inter, Giorgio Schenone, specificando però che si trattava di «indicazioni che talvolta mi infastidivano, altre volte mi facevano arrabbiare», e che, a suo avviso, «certamente non pressioni».

L'Inter e gli "umori" del sistema

Un passaggio cruciale dell'interrogatorio ha riguardato il contesto in cui queste indicazioni venivano date. Alla domanda dei magistrati su chi fossero i "loro" di cui Rocchi parlava nelle intercettazioni in riferimento alle pressioni sulle designazioni per l'Inter, il designatore ha risposto evocando non i dirigenti del club, ma il clima che si respirava intorno alle partite.

«Gli umori, i gradimenti o i mancati gradimenti delle singole squadre» era il flusso di informazioni che Rocchi diceva di recepire da più fonti, come il mondo delle curve, i social network, la Gazzetta dello Sport e Sky, per poi tradurle in scelte che mirassero a individuare «l'arbitro più adatto per evitare polemiche di qualsiasi natura».

Il fatto che le conversazioni intercettate riguardassero prevalentemente l'Inter, in particolare nella primavera del 2025, è stato spiegato da Rocchi con un motivo di evidente attualità sportiva: «probabilmente perché in quello scorcio di campionato erano le partite più significative per lo scudetto».

La "prassi diffusa" e le motivazioni dell'archiviazione

La difesa di Rocchi ha trovato un punto di forza nella normalizzazione di queste interlocuzioni, che l'ex designatore ha inquadrato in una dinamica abituale. «Si tratta di una prassi diffusa. Io ritengo peraltro che i dirigenti arbitrali debbano ascoltare le società, per cercare di migliorare il servizio offerto dalla classe arbitrale», ha dichiarato ai pm, giustificando così anche il fatto di non aver mai denunciato quelle che altri avrebbero potuto considerare pressioni. Questa ricostruzione si è rivelata decisiva per le determinazioni della Procura.

La richiesta di archiviazione per Rocchi e per l'Inter, iscritta nel registro degli indagati solo per essere contestualmente archiviata, si basa infatti sul principio giurisprudenziale che non basta l'esistenza di interferenze per configurare il reato di frode sportiva: occorre la prova che queste fossero finalizzate a incidere sulla regolarità della gara. Pur ravvisando la «sussistenza storica dei singoli episodi di interferenza», i pm hanno escluso che si potesse dimostrare in tribunale l'esistenza di un «sistema strutturato volto a interferire sulle nomine».

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