La locomotiva franco-tedesca riparte (senza Meloni) e la satira di Natangelo colpisce ancora: il caso del vertice Balcani
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Redazione Esteri
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La scelta della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di rinunciare all’appuntamento di Tivat (in Montenegro) per il vertice tra Unione europea e Balcani occidentali, ha lasciato il segno non solo sul piano diplomatico, dove l’Italia appare marginalizzata, ma anche su quello della comunicazione politica.
A causa del prolungarsi della cerimonia per il 212° anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, evento durante il quale la premier ha trovato il tempo anche per partecipare alla presentazione di un francobollo celebrativo, Palazzo Chigi ha comunicato il forfait ormai inevitabile.
Se da un lato fonti di governo parlano di un semplice "ritardo devastante" e di un sincero rammarico riferito personalmente al presidente montenegrino Milatović e al presidente del Consiglio europeo Costa, dall’altro le opposizioni (da Conte a Renzi, passando per Bonelli) hanno immediatamente bollato la giustificazione come una scusa grottesca, ironizzando sulla “centralità” perduta dell’Italia.
La satira come specchio della tensione
A rendere ancora più pungente il caso ci ha pensato Mario Natangelo, vignettista del Fatto Quotidiano non nuovo a colpi di inchiostro contro la presidente e il suo entourage (si ricordi, ad esempio, la sua precedente ironia sulla vicenda della "sostituzione etnica" legata alla sorella Arianna Meloni e all’allora marito di lei, il ministro Lollobrigida).
La sua ultima creazione, pubblicata in prima pagina, ritrae una Meloni corrucciata che, nel rinunciare al viaggio, spiega di dover prendere le distanze da Salvini e Vannacci, aggiungendo la battuta finale: "Meglio prendere le distanze... fosse stato Monte Bianco". Un'ironia, quella del vignettista napoletano, che inevitabilmente amplifica l’eco di una giornata storta per la politica estera italiana, trasformando un incidente di percorso in un simbolo di un malessere più profondo.
L’asse franco-tedesco riparte senza l’Italia
E mentre Meloni mancava all’appello della foto di gruppo a Tivat, il baricentro europeo sulla gestione della guerra in Ucraina si è spostato in modo deciso. Sembra proprio che la locomotiva franco-tedesca (con il supporto, seppur un po’ ingolfato, del motore britannico) abbia ripreso a correre. Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz, in grande attivismo, hanno utilizzato il summit balcanico per tessere la trama di un’iniziativa che li vedrà questa sera a Londra insieme a Keir Starmer e al presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Un movimento rapido che lascia fuori Roma, esclusa – o autoesclusa – dai giochi che contano. A far da sfondo a questo rimescolamento c’è anche la lettera aperta che Zelensky ha scritto a Vladimir Putin lo scorso 4 giugno, un gesto dietro il quale, secondo indiscrezioni, si intravede proprio la regia dell’asse franco-tedesco.
Francobolli e dossier Balcani: una giornata no per la Farnesina
Le ripercussioni dell’assenza, oltre a scatenare la satira, hanno riacceso i riflettori su due dossier spinosi che vedono l’Italia in posizione di apparente svantaggio.
Il primo riguarda il futuro dell’Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, una partita che si gioca su un doppio filo: da una parte gli Stati Uniti (con il Giappone e la Turchia) sostengono il candidato italiano, l’ambasciatore Zanardi Landi; dall’altra, Germania e Regno Unito spingono per il francese René Troccaz, e la soddisfazione espressa per i passi avanti fatti a Tativ è sembrata una stilettata per Roma.
Il secondo è il tema dell’allargamento: se l’Italia sostiene da tempo la priorità dei Balcani (sei i partner in lista: Montenegro, Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo), la narrazione uscita dal vertice è stata quella di un paese più preoccupato a gestire le proprie cerimonie interne che a difendere la propria influenza strategica in una regione chiave per l’energia e la sicurezza del continente.




