Stop al greenwashing: multe fino a mezzo milione per le aziende che mentono sull'ambiente
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro delle Imprese Adolfo Urso, ha dato il via libera a un decreto legislativo che introduce sanzioni pecuniarie assai rilevanti per quelle società che strumentalizzano, a fini di marketing, tematiche ambientali senza poterne comprovare la fondatezza. Le multe, che possono arrivare fino a cinquecentomila euro o, in alternativa, allo 0,5 per cento del fatturato, colpiranno i cosiddetti “greenclaim” ingannevoli, ovvero tutte quelle dichiarazioni che, non essendo supportate da dati verificabili, inducono il consumatore a credere che un prodotto o un servizio sia ecologico senza che lo sia effettivamente. Questo provvedimento, che recepisce una direttiva europea sulla «responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde», segna un cambio di passo significativo nella lotta contro le pratiche commerciali scorrette, ponendo fine a un periodo in cui gli slogan “a vanvera” hanno proliferato incontrollati, confondendo le scelte di acquisto e minando la fiducia nel mercato.
Le nuove regole per un'informazione chiara
Il decreto, oltre a inasprire le tutele contro il greenwashing, stabilisce nuove e più stringenti modalità di informazione per le aziende, le quali sono ora obbligate a fornire ai consumatori dati chiari, confrontabili e soprattutto verificabili riguardo alla reale sostenibilità ambientale e sociale di ciò che immettono sul mercato. L’obiettivo primario, come si evince dal testo, è quello di aiutare i cittadini a compiere scelte d'acquisto maggiormente responsabili, orientandosi in un panorama commerciale che spazia dal settore alimentare a quello dell'abbigliamento. Viene così istituito un quadro normativo solido, che non si limita a punire gli abusi ma che mira a prevenirli, imponendo un livello di trasparenza elevato e sopprimendo, di fatto, la possibilità di veicolare messaggi ambigui o palesemente falsi.
Oltre il "green": il divieto di obsolescenza programmata
La portata del provvedimento non si esaurisce alla mera etichettatura ambientale, estendendosi a contrastare con uguale determinazione altre pratiche altrettanto lesive per i diritti dei consumatori. Vengono messe al bando, infatti, le affermazioni ingannevoli sulla durata effettiva di un bene, sulla sua presunta facilità di riparazione – talvolta ostacolata proprio dal produttore per spingere verso l'acquisto di un modello nuovo – e sulla necessità di aggiornamenti software presentati come obbligatori quando invece sono opzionali. Queste strategie, che rientrano nel più ampio concetto di obsolescenza programmata percepita, vengono ora identificate come pratiche commerciali scorrette, subendo quindi le stesse conseguenze sanzionatorie previste per le falsità a tema ecologico.
Un adeguamento che guarda all'Europa
L’approvazione del decreto si inquadra in un più vasto processo di adeguamento normativo che l'Italia sta portando avanti in ottica europea, come dimostrano i riferimenti al Regolamento UE da cui il testo trae origine. L’intervento legislativo, inserito in un pacchetto di provvedimenti di rilievo economico e istituzionale varati dall'esecutivo, conferma la centralità delle politiche ambientali nell'agenda governativa e l'impegno a tradurre i principi comunitari in strumenti concreti e applicabili a livello nazionale. Si delinea, in tal modo, un sistema di regole che non solo punisce la disinformazione ma che, favorendo la concorrenza leale tra imprese virtuose, contribuisce a proteggere il valore del made in Italy da tentativi di imitazione e da etichette fraudolente.




