Confartigianato Trasporti dà il ben servito a Meloni, ma il conto del gasolio resta salato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando le promesse di Palazzo Chigi devono fare i conti con il distributore sotto la cabina di guida, il margine di errore si azzera. Mentre la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, teneva banco al vertice europeo di Cipro, tuonando contro l’insufficienza delle proposte di Bruxelles sulla crisi energetica, a migliaia di chilometri di distanza le piccole imprese dell’autotrasporto – quelle che muovono l’88% delle merci sull’asse nazionale – hanno ascoltato con attenzione, ma senza spegnere i motori della protesta. L’apprezzamento ufficiale espresso da Confartigianato Trasporti, che valuta le dichiarazioni della premier come un “segnale importante”, non ha infatti scalfito la realtà concreta di un comparto ormai ridotto all’osso dal caro-carburanti. Il presidente dell’organizzazione, Claudio Riva, ha apertamente ammesso che, nonostante il coraggio mostrato dall’esecutivo in sede Ue, servono misure urgenti e tangibili; altrimenti, un settore fondamentale per la filiera logistica rischia materialmente di arrestarsi.

La partita, d’altronde, si gioca su un campo minato che unisce la conformazione geopolitica alla ristrettezza dei bilanci familiari delle imprese. L’impennata del prezzo del gasolio, che in alcune piazze italiane ha sfondato il muro dei 2,13 euro al litro, ha trasformato il viaggio di un tir in una perdita secca. Per un mezzo pesante, che percorre in media centoventimila chilometri all’anno consumando circa trentaseimila litri di carburante, ogni aumento di venticinque centesimi al litro si traduce in un aggravio di novemila euro. Considerando che la marginalità media nel settore stenta a superare la soglia del 3% del fatturato, l’equazione è spietata: viaggiare oggi significa, in molti casi, solo bruciare liquidità.

I debiti del passato e lo spettro dello scostamento

Sul fronte delle soluzioni, però, la musica cambia registro, incrociando le tensioni sulla manovra finanziaria. A Cipro, Meloni ha ribadito con forza un concetto che le sta particolarmente a cuore: “I conti sono molto in ordine”, dichiarando che il deficit è sceso dall’8,1% ereditato al 3,1% attuale. Nella stessa conferenza stampa, tuttavia, la premier ha dovuto ammettere il peso devastante delle macerie lasciate dalla precedente gestione economica, in particolare quelle del Superbonus. Con una frase destinata a rimanere negli annali politici, Meloni ha confessato che “finirò di pagare i debiti del Superbonus quando arriveranno le elezioni politiche”, quantificando l’impatto residuo in circa 140 miliardi di euro totali, con una rata annuale che oscilla tra i 35 e i 40 miliardi.

E qui sorge il paradosso che tiene in bilico l’autotrasporto. Per far fronte all’emergenza gasolio – dove Confartigianato chiede a gran voce il “calmieramento del costo” e “meccanismi di compensazione” immediati – il governo ha lasciato aperta la porta allo “scostamento di bilancio”. La stessa Meloni, pur preferendo muoversi in “una cornice più confortevole”, ha ammesso che “a oggi non stiamo escludendo niente”. Questa prospettiva di un extra deficit, necessario per alimentare il credito d’imposta sulle accise o i ristori per le imprese insulari, rischia però di entrare in rotta di collisione con le rigide regole europee che la premier stessa, proprio a Cipro, ha criticato come limitanti.

L’ombra dei pasdaran e il pressing sui ministeri

Il contesto in cui si consuma questa trattativa è reso ancora più incandescente dalla cronaca internazionale. Il vertice di Cipro si svolge nell’isola “presa di mira dai droni dei pasdaran”, un dettaglio scenografico che non può essere trascurato, perché spiega i perché della volatilità dei prezzi energetici e delle falle nella sicurezza delle rotte commerciali. Mentre Meloni rincara la dose invitando l’Europa a essere “più coraggiosa” – senza peli sulla lingua nemmeno con la Commissione von der Leyen – i camionisti italiani hanno già messo nel mirino la fine di maggio. Le associazioni aderenti a Unatras, che include Confartigianato Trasporti, hanno confermato che i mezzi si fermeranno dal 25 al 29 maggio se entro quella data non arriveranno risposte “chiare” dal governo.

Sul tavolo del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, infatti, non c’è solo la richiesta di ridurre le accise. Ci sono questioni tecniche che per gli artigiani del volante sono vitali, come l’anticipo del credito d’imposta – riducendo gli attuali 60 giorni di attesa – e la messa a punto di una nota esplicativa ufficiale sul “fuel surcharge”, la clausola che dovrebbe garantire l’equilibrio economico nei contratti di trasporto. Sebbene il viceministro Edoardo Rixi abbia fornito aperture, parlando di “una svolta”, la tensione resta alta: molte imprese, specie quelle operanti in Sicilia o Sardegna, dove i costi strutturali di navigazione si sommano al caro gasolio, hanno già iniziato a lasciare i mezzi nei piazzali, calcolando che sostare convenga più che viaggiare.

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