Il decreto bollette tra stime di risparmio e proteste delle categorie
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Redazione Interno
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La manovra del governo sulle bollette, il cui decreto atteso in Consiglio dei ministri mercoledì 18 febbraio potrebbe portare con sé un risparmio complessivo quantificabile tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro, si trova al centro di un vivace scontro tra le istanze delle famiglie, quelle del mondo produttivo e le preoccupazioni dei produttori di energia. L’intervento, che si aggirerebbe attorno allo 0,2% del prodotto interno lordo, si fonda su un meccanismo tecnico complesso: lo spostamento di alcuni oneri che gravano sul gas, inclusa la componente legata al sistema Ets (Emission Trading System) per le quote di emissione di CO2, dalla fase di produzione dell’elettricità alle bollette finali dei consumatori -4-6. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre il prezzo all’ingrosso dell’energia, e il centro studi di Unimpresa ha provato a tradurre questo effetto in numeri concreti: per un nucleo familiare con un consumo medio annuo di 2.700 kilowattora, la riduzione del prezzo dell’elettricità, stimata tra i 12 e i 18 euro per megawattora, si trasformerebbe in un risparmio che oscilla tra i 30 e i 50 euro all’anno -4.
Il meccanismo di riduzione del costo dell’energia e i suoi effetti sui produttori
La ratio alla base del provvedimento, che per la copertura finanziaria attinge anche alla vendita delle scorte di gas acquistate all’inizio della crisi ucraina -5-9, è quella di intervenire sul cosiddetto prezzo marginale dell’elettricità, che in Italia è spesso determinato dalle centrali a gas, le più costose. Se a questi impianti venissero rimossi gli oneri di trasporto del metano – che valgono circa 7 euro a megawattora – e la tassazione Ets – che può pesare per 25-30 euro a megawattora – il prezzo finale dell’energia potrebbe calare in modo significativo -6. Tuttavia, questa operazione ha sollevato un coro di proteste, in particolare da parte delle aziende che producono energia da fonti rinnovabili. Costoro, come nel caso di Elettricità Futura, lamentano che il decreto finirebbe per penalizzare il green, proteggendo di fatto la produzione da fonti fossili, e paventano impatti negativi sul ritorno degli investimenti già programmati, con alcune associazioni che parlano di un vero e proprio “esproprio” -6-10. La Regione Lombardia, a guida leghista, è insorta contro l’articolo 3 del decreto, che introdurrebbe l’obbligo per gli impianti rinnovabili di vendere elettricità a prezzi amministrati attraverso il Gse, mettendo a rischio un accordo recente sull’idroelettrico che garantiva energia a prezzo calmierato per le imprese energivore locali -10.
Le misure di sostegno per famiglie e imprese e le criticità sollevate
A emergere è anche una certa delusione tra le associazioni dei consumatori e le rappresentanze delle piccole e medie imprese. Per quanto riguarda le famiglie, la bozza prevede per il 2026 un contributo straordinario di 90 euro, che potrebbe salire a 100, destinato ai nuclei che già beneficiano del bonus sociale, con una spesa prevista di 315 milioni di euro -2-5. A questa misura si affianca la possibilità, per i venditori di energia, di riconoscere uno sconto facoltativo ai clienti domestici con Isee non superiore a 25mila euro, a patto che rispettino determinati limiti di consumo -2-8. L’Unione Nazionale Consumatori ha giudicato queste misure inadeguate, definendo il bonus di 90 euro un “passo indietro” rispetto ai 200 euro erogati nel 2025 e ritenendo “grottesco” affidare alla volontà dei venditori l’erogazione di uno sconto -6. Sul fronte delle imprese, se da un lato i benefici per il sistema produttivo sono stimati da Unimpresa tra i 2 e i 2,7 miliardi di euro, con risparmi per le singole aziende che potrebbero arrivare a migliaia di euro a seconda dei consumi -4, dall’altro Confcommercio denuncia l’assenza di una misura strutturale per le micro, piccole e medie imprese, che ancora sopportano un peso degli oneri di sistema superiore al 20% sulla bolletta elettrica -1-4.
I nodi tecnici e il confronto con l’Europa
Il destino del decreto, la cui bozza ha subito modifiche e limature anche durante il vertice di maggioranza di lunedì 16 febbraio a Palazzo Chigi -1, è appeso a un delicato confronto con la Commissione Europea. L’intervento sulla componente Ets, infatti, tocca una regolamentazione comunitaria, e il governo italiano dovrà ottenere una preventiva autorizzazione da Bruxelles per procedere. Il timore è che la misura possa essere interpretata come un aiuto di Stato illegittimo o una distorsione del mercato, tanto che Forza Italia ha dichiarato di voler avviare interlocuzioni per scongiurare il rischio di una procedura d’infrazione -10. A complicare il quadro si aggiungono le critiche di Confartigianato, secondo cui l’allungamento dei tempi di pagamento degli oneri fino a dieci anni, con un tasso di interesse del 6%, pur riducendo l’esborso annuale, finirebbe per aumentare l’impatto complessivo sui consumatori, stimato in circa 10 miliardi -1-6. Il provvedimento, insomma, si presenta come un puzzle di difficile composizione, in cui ogni tesserato cerca di difendere la propria posizione.




