Anguillara, il silenzio dei vivi e il peso insostenibile di una colpa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La macchina giudiziaria, messa in moto dal ritrovamento dei resti di Federica, si è mossa con celerità, portando l’uomo nel carcere di Civitavecchia. È tra quelle celle che la tragedia ha conosciuto il suo secondo, scioccante capitolo. A Carlomagno, infatti, è stata recapitata la notizia del suicidio dei genitori, la madre Maria e il padre Pasquale, trovati senza vita nella loro abitazione. Un gesto estremo, quello dei due anziani, che ha riversato sul figlio, già schiacciato dal peso della propria confessione, un ulteriore macigno di dolore e, probabilmente, di senso di colpa. Fonti penitenziarie, del resto, riferiscono di uno stato d’animo devastato: l’uomo si dice “disperato”, ripete di “voler uccidermi ma non ho il coraggio”, frasi che hanno imposto all’amministrazione carceraria di applicare immediatamente il protocollo di sorveglianza per i detenuti a rischio autolesionismo.

La sua condizione, pertanto, è ora quella di un uomo annichilito, osservato giorno e notte in un ambiente spogliato di qualsiasi potenziale minaccia, dove persino gli indumenti sono sostituiti da slip di carta e l’unico conforto, se così si può definire, è una coperta contro il freddo. In questo scenario di totale deprivazione, emerge con forza una sola, precisa richiesta da parte di Carlomagno: quella di poter vedere il proprio figlio, il bambino al centro della vicenda che ha scatenato l’ira omicida. Una richiesta che risuona come un urlo dal fondo di un baratro, l’unico appiglio a cui aggrapparsi in un panorama emotivo ridotto a un deserto di rimpianti e orrore, dove i “mea culpa” – se pure esistono – sono confinati in un rigoroso e rispettoso silenzio.

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