Bloodborne, il muro di Miyazaki e i dieci studi che hanno tentato di riesumarlo
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Le voci di corridoio, quelle che da anni alimentano speranze e teorie tra gli appassionati, si sono infine materializzate in una sequenza di fatti piuttosto chiara, sebbene non confortante per chi attende un ritorno di Bloodborne. Mentre la recente chiusura di Bluepoint Games, avvenuta poche settimane fa, gettava un’ombra cupa sul destino di chi aveva ridato smalto a Demon‘s Souls, si è aperto un squarcio su ciò che realmente accadeva dietro le quinte. Secondo un’inchiesta firmata da Jason Schreier per Bloomberg, all’inizio del 2025 lo studio texano – specializzato in remaster e rifacimenti – aveva formalmente proposto a Sony, sua proprietaria dal 2021, la realizzazione di un remake proprio di Bloodborne, il Titolo del 2015 che rappresenta per molti l’apice della collaborazione tra la casa giapponese e FromSoftware.
La proposta, in apparenza, non cadeva nel vuoto. I numeri, come è stato riferito al team, tornavano; l’operazione era commercialmente sensata. Eppure, il via libera non è mai arrivato. E non, come si potrebbe superficialmente pensare, per una chiusura da parte di Sony, che dell’IP è la detentrice. Il nodo, e qui sta il cuore della questione, era altrove: a pesare come un macigno è stato il parere di FromSoftware, e in particolare quello del suo presidente nonché autore del gioco originale, Hidetaka Miyazaki. La software house nipponica, a quanto emerge, non gradiva l’idea che un’altra realtà mettesse mano su una delle sue creature più amate.
A questo quadro, già di per sé complesso, si aggiungono ora le dichiarazioni di uno sviluppatore che gettano una luce ancora più ampia sul fenomeno. Brandon Sheffield, direttore creativo di NecroSoft e mente dietro l’atteso gioco di ruolo Demonschool, ha infatti raccontato di come la coda per accaparrarsi una fetta dell’eredità di Bloodborne sia in realtà lunghissima. Sheffield, intervistato in merito alle recenti rivelazioni, ha affermato senza mezzi termini di poter elencare almeno dieci differenti compagnie che nel corso degli anni hanno bussato alla porta di Sony con le loro idee. Proposte che spaziavano dal sequel più classico allo spin-off più ardito, passando naturalmente per il remake o il semplice rifacimento tecnico.
Il muro giapponese e la lista delle idee respinte
Tra queste dieci realtà, Sheffield include senza falsa modestia anche la sua stessa azienda, a testimonianza di quanto il richiamo del titolo fosse forte persino per studi indipendenti solitamente dediti a produzioni originali. Il punto, però, è che tutte queste ipotesi progettuali si sarebbero infrante contro lo stesso, identico scoglio: la volontà di FromSoftware, o meglio la sua assenza di volontà in merito. Non si tratta, quindi, di un caso isolato legato all’operazione Bluepoint, ma di una linea coerente e costante nel tempo. La sensazione, confermata indirettamente anche da alcune dichiarazioni pregresse dell’ex dirigente Sony Shuhei Yoshida, è che il problema risieda nella natura quasi personale del legame tra Miyazaki e quell’opera. L’autore, oberato da impegni che lo portano a dirigere altri colossi come Elden Ring e il recentemente annunciato The Duskbloods per Nintendo Switch 2, non avrebbe materialmente il tempo per seguire un’operazione nostalgia su Bloodborne, ma al contempo non gradirebbe che altri se ne occupassero al posto suo.
La situazione, delineatasi con chiarezza solo dopo la chiusura di Bluepoint, restituisce l’immagine di un desiderio diffuso ma costantemente inespresso. L’interesse di Sony, che pure come detentrice dei diritti avrebbe potuto forzare la mano, sembra essersi sempre arenato di fronte al rispetto – o forse alla convenienza di non inimicarsi uno dei partner creativi più importanti del settore – per la posizione di FromSoftware. Una posizione che appare granitica e che, a giudicare dalle parole di Sheffield, ha finito per scoraggiare non uno, ma un numero considerevole di pretendenti. Ogni progetto, che portasse la firma di un team blasonato come Bluepoint o di uno studio indipendente in cerca di consacrazione, è stato ricondotto a un unico comune denominatore: l’ultima parola spetta a chi quel mondo lo ha generato.
Dalla teoria alla pratica, il nodo di una proprietà intellettuale contesa
La ricostruzione offerta da Sheffield, per quanto circostanziata, ha il pregio di trasformare un sospetto – quello di una protezione gelosa della proprietà intellettuale da parte dei suoi creatori – in una dinamica ripetuta e quasi strutturale. Non è dato sapere, al momento, se tra quelle dieci proposte ve ne fosse qualcuna capace di convincere anche lo scettico Miyazaki. Quel che è certo è che l’effetto concreto di questa lunga serie di rifiuti è un vuoto che persiste da undici anni. Il titolo originale, per quanto giocabile su PlayStation 5 grazie alla retrocompatibilità, rimane ancorato ai limiti tecnici della piattaforma per cui nacque, privo di quei miglioramenti che il tempo e l’evoluzione tecnologica renderebbero possibili.
Le parole dello sviluppatore di Demonschool, in definitiva, non fanno altro che corroborare quanto emerso dall’inchiesta di Bloomberg, amplificando la portata del fenomeno. Non fu solo Bluepoint, prima di essere inglobata nella bufera che ha portato alla sua chiusura, a scontrarsi con il muro nipponico. Ci fu, a quanto pare, un vero e proprio pellegrinaggio di studi desiderosi di confrontarsi con quell’universo gotico, tutti rimandati al mittente. Il cerchio si stringe attorno a una figura, quella del presidente di FromSoftware, che esercita un diritto di veto silenzioso ma efficacissimo, mantenendo Bloodborne in una condizione sospesa, tra la leggenda e l’oblio tecnico, nonostante la fame inesauribile del suo pubblico.




