Fondi negati al docu su Regeni, Giuli caccia due dirigenti del Mic

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è solo la gestione ordinaria, quando si parla di nomine e revoche nei palazzi romani, a determinare certi colpi di scena; c’è spesso un retroscena, una vicenda rimasta per settimane sottotraccia, che improvvisamente esplode con la forza di un terremoto interno. Al ministero della Cultura, guidato ormai da tempo da Alessandro Giuli, l’innesco è arrivato da una decisione controversa: la negazione dei finanziamenti a un documentario dedicato a Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016. Un diniego che, tra mille rivoli, ha finito per innescare una reazione a catena nel cuore dell’amministrazione.

Due i nomi finiti nell’occhio del ciclone, stando a quanto ricostruito dal Corriere della Sera: Emanuele Merlino, che ricopriva l’incarico di responsabile della segreteria tecnica del Mic, ed Elena Proietti, posta a capo della segreteria personale del ministro. Per entrambi sarebbero già stati predisposti e fatti partire i decreti di revoca, un azzeramento dello staff che nelle intenzioni del titolare del dicastero assume i tratti di una manovra defatigante. Merlino, in particolare, pagherebbe il prezzo più alto – secondo le indiscrezioni raccolte – per non aver vigilato a dovere sulla pratica del documentario, quella stessa pratica che ha portato il ministero a dire no ai fondi per poi, a denti stretti, promettere di correre ai ripari.

La polveriera silenziosa della segreteria tecnica

La vicenda, va detto, non è scoppiata all’improvviso: il rifiuto del finanziamento aveva già sollevato più di un malumore, dentro e fuori l’istituzione, ma è stato il tentativo successivo di trovare una soluzione rimediatoria a rendere tutto più ingarbugliato. Merlino, nella sua qualità di responsabile della segreteria tecnica, avrebbe dovuto seguire passo dopo passo le fasi della pratica, intercettare eventuali criticità e, soprattutto, evitare che un provvedimento così delicato finisse per esporre il ministero a critiche durissime. La sua posizione, di fatto, è diventata insostenibile non appena è emerso il nesso tra la mancata vigilanza e l’imbarazzo istituzionale successivo. Elena Proietti, invece, si trovava al fianco del ministro nella gestione quotidiana degli impegni e delle interlocuzioni politiche: la sua revoca, sebbene meno direttamente collegata alla vicenda Regeni, rientra in quella logica di azzeramento che Giuli ha voluto per segnare una netta discontinuità.

Giuli e l’azzeramento come atto dovuto

Alessandro Giuli, scegliendo di licenziare i due vertici del suo staff, manda un segnale inequivocabile all’intera struttura del dicastero: la gestione di certi dossier non ammette sbavature, specie quando si toccano ferite ancora aperte come quella del ricercatore ucciso in Egitto. Il ministero della Cultura, d’altronde, non ha confermato ufficialmente i dettagli delle revoche, limitandosi a non smentire la notizia; un silenzio che, nel gergo romano, pesa più di tante ammissioni. Resta da capire se i decreti siano già stati firmati e notificati, ma le indiscrezioni raccolte parlano di una decisione ormai esecutiva, maturata dopo giorni di valutazioni serrate. Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di una semplice rimpasto di poltrone: qui è in gioco la credibilità di un’intera area amministrativa, chiamata a rispondere di un errore – l’aver negato i fondi – che per mesi è stato minimizzato e che solo ora trova un epilogo nella cacciata dei due funzionari.

Le conseguenze interne di una scelta contestata

Il caso del documentario su Regeni, occorre ricordarlo, non è mai stato solo un caso di cronaca culturale. Il finanziamento negato aveva suscitato reazioni trasversali, perché toccava il simbolo stesso di una vicenda giudiziaria e diplomatica che l’Italia non ha mai archiviato. Ecco perché, all’interno del Mic, qualcuno aveva provato a riparare il danno, promettendo un intervento correttivo; una promessa, quella di “correre ai ripari”, che ora appare come un ulteriore elemento di debolezza nella catena di comando. Merlino, con ogni probabilità, dovrà rispondere anche di quella fase interlocutoria, in cui la segreteria tecnica avrebbe dovuto già attivarsi per evitare il pasticcio. Quanto a Proietti, la sua uscita di scena – contestuale e senza troppi giri di parole – suggerisce che Giuli abbia voluto colpire non solo la gestione del dossier, ma anche la modalità con cui il suo stesso staff filtrava informazioni e pressioni. Un modo, insomma, per ricostruire da cima a fondo il perimetro della fiducia personale, senza lasciare zone d’ombra. E se il ministro ha deciso per l’azzeramento, è perché ritiene che la lezione debba essere esemplare, anche a costo di restare temporaneamente scoperto nei ruoli chiave del suo dicastero.

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