La macchina da guerra americana si schiera nel Golfo e l’ipotesi di un attacco all’Iran diventa sempre più concreta
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Redazione Esteri
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Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva parlato di “buoni sviluppi” al termine del secondo round di negoziati di questa settimana con gli Stati Uniti, ma le sue parole, per quanto concilianti, si scontrano con una realtà sul campo che sembra ormai orientata in una direzione diametralmente opposta -1. Perché se a Ginevra si discuteva di principi guida e di bozze di accordo, nel teatro mediorientale gli Stati Uniti stanno mettendo in scena un dispiegamento di forze che non si vedeva dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003, e tutto lascia pensare che la finestra della diplomazia si stia rapidamente chiudendo per lasciar spazio a opzioni più muscolari -1-2. Oltre cento caccia e velivoli militari di ogni tipo, una quindicina di navi da guerra – tra cui due portaerei, la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford, quest’ultima appena entrata nel Mediterraneo dopo aver attraversato lo Stretto di Gibilterra – e poi ancora lanciamissili, cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke, sistemi difensivi e centri operativi avanzati: questo è l’elenco, impressionante per quantità e qualità, della potenza di fuoco che il presidente Donald Trump ha ordinato di schierare in prossimità dei confini iraniani -1-2-8. Un accumulo di mezzi, questo, che difficilmente può essere interpretato come una semplice mossa di pressione psicologica; si tratta piuttosto della preparazione logistica e strategica a un intervento che, stando alle ultime indiscrezioni rilanciate dal Wall Street Journal, non è più un'eventualità da scartare, ma una possibilità concreta che potrebbe concretizzarsi nel giro di pochi giorni -5.
L’ammissione di Trump e la strategia della "spinta militare"
Lo stesso inquilino della Casa Bianca, del resto, ha smesso di nascondersi dietro a generiche minacce. Rispondendo ai giornalisti durante un evento alla Casa Bianca, Trump ha confermato di star “prendendo in considerazione” l’ipotesi di un attacco limitato contro l’Iran, una dichiarazione che arriva dopo che i suoi consiglieri avevano valutato l’opportunità di colpire siti militari o governativi per costringere la Repubblica Islamica a fare maggiori concessioni sul programma nucleare -1-7-9. L’idea, secondo quanto filtra dagli ambienti del Pentagono e riportato da Bloomberg, sarebbe quella di utilizzare la forza come strumento di pressione negoziale: un raid mirato, insomma, per convincere Teheran che il tempo del "temporeggiamento" è finito e che un accordo – alle condizioni dettate da Washington – va firmato in fretta -2. Non si esclude, tuttavia, che questa prima fase possa essere solo l’inizio di una campagna più estesa: alcune fonti citate dal New York Times parlano della possibilità di allargare progressivamente gli attacchi per includere obiettivi del regime, fino a ipotizzare, in uno scenario estremo, un’operazione volta a rovesciare la leadership degli ayatollah -1-5. Una strategia, quella della "escalation controllata", che appare tuttavia estremamente rischiosa, soprattutto in un’area già infiammata come il Medio Oriente, dove basi americane e alleati come Israele potrebbero diventare immediato bersaglio di rappresaglie -7.
Il negoziato parallelo e il nodo della bozza iraniana
Eppure, mentre i tamburi di guerra battono sempre più forte, il canale diplomatico non si è ancora del tutto prosciugato. Lo stesso Araghchi, intervistato da Msnbc, ha cercato di tenere aperto un varco, annunciando che Teheran intende presentare nei prossimi due o tre giorni una bozza formale di accordo alla controparte americana, rappresentata dall’inviato speciale Steve Witkoff -1-4. Il ministro ha parlato della necessità di un’altra sessione per discutere i termini e ha ribadito che un’intesa "giusta ed equa" è ancora possibile, aggiungendo – con una formula che suona come un avvertimento – che l’Iran è preparato tanto alla pace quanto alla guerra -4-9. Il nocciolo del contendere, però, rimane immutato e profondo: gli Stati Uniti chiedono garanzie definitive e permanenti sulla natura pacifica del programma nucleare, che includerebbero non solo la rinuncia all’arma atomica, ma anche lo smantellamento di parti significative del programma di arricchimento e la neutralizzazione della capacità missilistica balistica -6. Richieste che per Teheran equivalgono a una resa incondizionata e che, nonostante le dichiarazioni di facciata sulla flessibilità, rendono il compromesso un miraggio.
L’assedio militare e la risposta iraniana tra esercitazioni e avvertimenti
La sensazione, osservando il gigantesco spiegamento di mezzi statunitensi – tra cui figurano aerei cisterna KC-46 e KC-135 indispensabili per operazioni prolungate, caccia stealth F-35 e F-22, droni di sorveglianza Global Hawk e i potentissimi cacciatorpediniere lanciamissili – è che la diplomazia stia ormai procedendo su un binario parallelo e sempre più scollegato dalla realtà militare sul terreno -1-8. Il fatto che la USS Gerald R. Ford abbia attraversato Gibilterra per posizionarsi nel Mediterraneo orientale, pronta a difendere Israele, e che la Abraham Lincoln incroci nel Mar Arabico con il suo stormo di caccia, indica una pianificazione dettagliata che difficilmente può essere smantellata senza un esito tangibile -2-8. Da parte sua, l’Iran non resta a guardare: i pasdaran hanno condotto esercitazioni navali nello Stretto di Hormuz, e fonti vicine al regime hanno fatto filtrare messaggi inequivocabili su una risposta "decisiva" a qualsiasi attacco, che colpirebbe le basi statunitensi nella regione -7-8. Una minaccia non da poco, se si considerano le decine di migliaia di soldati americani presenti in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, e che contribuisce ad alimentare il timore di una conflagrazione incontrollabile, capace di travolgere i fragili equilibri dell’intera area e di mettere a repentaglio, tra le altre cose, la stabilità del mercato energetico globale -3.
Keywords: Iran, Stati Uniti, Trump, attacco militare, nucleare, negoziati, dispiegamento forze, Medio Oriente, portaerei, crisi
Description: Tensioni Usa-Iran ai massimi: Trump valuta un attacco limitato mentre nel Golfo si schiera la più grande flotta dal 2003. Teheran prepara una bozza, ma la diplomazia arranca.




