Latte sottopagato, la Coldiretti passa alle vie legali contro le speculazioni sui prezzi
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Redazione Economia
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Un’iniziativa senza precedenti, quella annunciata da Antonio Bertolla, direttore della Coldiretti di Pordenone, che segna una svolta nelle strategie dell’associazione agricola: si procederà con denunce formali contro coloro che, non rispettando gli accordi contrattuali, pagano il latte al di sotto delle soglie pattuite, alimentando un meccanismo speculativo che sta mettendo in ginocchio l’intero comparto. La decisione, maturata nel contesto di una crisi che Bertolla stesso non esita a definire “epocale”, rappresenta un’azione che mai prima d’ora, né a livello locale né tantomeno nazionale, l’organizzazione aveva intrapreso, testimoniando la gravità di una situazione in cui i costi di produzione, ormai stabilmente superiori ai ricavi, rendono sempre più concreta l’ipotesi di chiusura per molte stalle. La preoccupazione, del resto, non è circoscritta al solo Friuli Venezia Giulia, ma assume i contorni di un fenomeno esteso che sta allarmando policy maker e rappresentanti di categoria su tutto il territorio nazionale.
Le audizioni tenutesi in commissione regionale in Lombardia, cuore pulsante della filiera lattiero-casearia italiana, hanno confermato la vulnerabilità strutturale del settore. Come ha dichiarato il rappresentante di Fratelli d’Italia, Massimo Ventura, il comparto, che rappresenta un asse portante dell’economia agricola lombarda e in particolare di territori ad alta vocazione come quello cremonese, sta subendo gli effetti devastanti di una crisi di sovrapproduzione che investe l’intero continente. Questo eccesso di offerta, di chiara matrice europea, rischia di schiacciare gli allevatori nostrani, e da qui la presa di posizione netta: la Lombardia, si ribadisce al fianco dell’assessore all’Agricoltura e sovranità alimentare Alessandro Beduschi, non intende accettare passivamente quelle dinamiche di mercato che finiscono inevitabilmente per svilire il prodotto italiano. La tensione è palpabile, e la richiesta di interventi strutturali si fa sempre più pressante, anche alla luce di dati oggettivi che fotografano un tracollo dei prezzi.
Il crollo delle quotazioni spot e il paragone con il 2016
A rendere plastica l’entità del tracollo sono i numeri del mercato spot, quel segmento dove si scambia latte crudo in eccedenza e il cui andamento è spesso un termometro sensibile delle tensioni di filiera. Negli ultimi giorni, un bollettino di una testata specialistica francese, ampiamente circolato tra gli allevatori italiani, ha acceso i riflettori sul valore del latte spot oltreconfine: all’alba di marzo 2026, il prezzo medio del latte scremato in Francia oscillava tra i tredici e i quindici centesimi di euro al litro. Poche ore dopo, il sito specializzato CLAL pubblicava la quotazione dello spot italiano intero riferito al mercato di Milano, rivelando un prezzo compreso tra i ventuno e i ventiquattro centesimi al litro. Si tratta, come è stato immediatamente notato dagli addetti ai lavori, di valori sovrapponibili a quelli registrati durante il collasso dei prezzi del 2016, un paragone inquietante che riporta alla mente annate nerissime per la zootecnia da latte e che suggerisce il ripetersi di uno scenario di grave difficoltà, con margini di guadagno azzerati e prospettive future quantomai incerte.
La situazione, lungi dal rappresentare una mera fluttuazione ciclica, sta riaccendendo il dibattito politico anche a livello locale, dove emergono contraddizioni e accuse di immobilismo. In Trentino, ad esempio, la consigliera provinciale Paola Demagri ha rilanciato con forza la questione, ricordando come l’attuale governatore Maurizio Fugatti, quando siedeva tra i banchi dell’opposizione, nel 2022 sollecitava con decisione la Provincia autonoma di Trento a intervenire. “Se lo Stato non interviene – scriveva allora Fugatti – lo faremo noi”, assicurando misure aggiuntive per un settore, quello zootecnico e lattiero-caseario, che oggi appare invece, a giudizio della consigliera, lasciato solo di fronte all’emergenza. La domanda che aleggia, ora che i ruoli sono invertiti, è quali di quelle promesse siano state effettivamente mantenute e quali strumenti di protezione e visione strategica la politica provinciale intenda mettere in campo per evitare che la zootecnia locale venga definitivamente messa ai margini, in un contesto nazionale ed europeo già di per sé estremamente complesso.




