Giorgia Meloni e il rebus del rimpasto: il peso di Zaia e le crepe nella maggioranza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il post-referendum si è trasformato, per il governo, in un terreno minato dove ogni passo deve essere misurato con la calcolatrice degli equilibri politici. La sconfitta alle urne, che ha incrinato la narrazione di un centrodestra inossidabile, ha agito come un acceleratore di processi già latenti, costringendo la presidente del Consiglio a maneggiare con cura il delicato dossier della riorganizzazione dell’esecutivo. L’ipotesi del "rimpastino", inizialmente accantonata con la retorica della "squadra che vince non si cambia", è riemersa con prepotenza nelle stanze di Palazzo Chigi, alimentata dalle dimissioni di tre figure cardine – Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi – che hanno agito come uno squarcio nella compattezza apparente della maggioranza. In queste ore, mentre i sostenitori del voto anticipato, tra cui alcuni big vicinissimi alla premier, sono stati messi in disparte, la partita si gioca su due caselle cruciali: il Turismo e lo Sviluppo Economico, con il nome del leghista Luca Zaia che torna a circolare con insistenza, fungendo da potenziale ago della bilancia.

Il nodo degli equilibri: da Santanchè a Zaia, il totonomine che spacca la coalizione

La gestione della successione al Ministero del Turismo è diventata il termometro più sensibile per misurare la febbre della coalizione. La decisione di Giorgia Meloni di tenere per sé l’interim, dopo la fumata nera delle trattative per un ricambio immediato, non è solo una soluzione tampone, ma una mossa tattica per guadagnare tempo e valutare le conseguenze di una scelta che rischia di alterare gli equilibri tra i partiti. Se da un lato si fanno i nomi di profili tecnici o di area, come la presidente dell’Enit Alessandra Priante o il deputato Gianluca Caramanna, dall’altro l’ombra di Luca Zaia proiettata su questo dicastero cambierebbe radicalmente i termini della partita. Per il governatore del Veneto, un eventuale approdo a Roma rappresenterebbe il ritorno in pianta stabile nella prima linea della politica nazionale, ma la sua semplice candidatura ha già innescato le reazioni a catena degli alleati. Forza Italia, in particolare, osserva con attenzione: l’ingresso di un peso massimo della Lega in un ministero di spicco, in un momento in cui il Carroccio è in cerca di rilancio dopo il risultato referendario, richiederebbe un corrispettivo per gli azzurri, complicando quella che doveva essere una semplice operazione di "maquillage".

La complessità di questo scacchiere è tale che la semplice sostituzione della sola Santanchè appare ormai solo una delle ipotesi percorribili. Il rimpasto potrebbe allargarsi a macchia d’olio, coinvolgendo il Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Adolfo Urso, un dicastero considerato nevralgico per la ripresa economica e per il rapporto con il tessuto imprenditoriale, che negli ultimi mesi ha mostrato segni di frizione. Alcune voci suggeriscono un possibile scambio di deleghe o un ridisegno delle competenze tra Turismo e Sviluppo, un’operazione che consentirebbe a Meloni di blindare l’area economica senza dover aprire una crisi formale. Tuttavia, ogni modifica più articolata della squadra rischia di trasformare un "rimpasto light" in un vero e proprio "Meloni-bis", una prospettiva che trova resistenze anche al Quirinale, dove il presidente Sergio Mattarella richiama con insistenza al senso di responsabilità, invitando a non creare scossoni in una fase internazionale già segnata da tensioni geopolitiche.

L’altra partita: giustizia e deleghe, il lavoro silenzioso del Colle

Mentre il totonomine infiamma le cronache, un’altra partita altrettanto delicata si gioca nei meandri del Ministero della Giustizia, svuotato dalle uscite di Delmastro e Bartolozzi. La distribuzione delle deleghe che erano in capo al sottosegretario dimissionario, in particolare quelle relative al Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e alla giustizia penitenziaria, rappresenta un banco di prova cruciale per il guardasigilli Carlo Nordio. La soluzione più accreditata, per evitare di creare nuovi mal di pancia, sembra quella di "spalmare" le competenze tra il viceministro Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e il sottosegretario Andrea Ostellari (Lega), un’operazione che rafforzerebbe il peso specifico dei partiti di coalizione all’interno del dicastero. In alternativa, non è esclusa la nomina di un nuovo sottosegretario tecnico, magari in quota Fratelli d’Italia, con il nome della deputata Sara Kelany che rimane sullo sfondo come opzione percorribile.

Queste mosse, apparentemente tecniche, sono in realtà il riflesso di una strategia più ampia volta a consolidare il consenso interno e a disinnescare le polemiche delle opposizioni. Le dimissioni dei tre esponenti, richieste in modo netto dalla premier, hanno avuto l’obiettivo dichiarato di rimuovere i "nodi" giudiziari che rischiavano di offrire facili bersagli alla campagna d’attacco dell’opposizione. Tuttavia, la gestione di questa fase post-referendaria ha messo a nudo le fragilità di un governo che, per uscire dall’impasse, si trova a dover navigare tra la necessità di cambiare per rilanciarsi e il rischio di logorarsi ulteriormente in un gioco di equilibri sempre più precari. La strada dell’intervento chirurgico, limitato a poche caselle, appare per ora quella privilegiata per evitare di convocare il Parlamento per un voto di fiducia o, peggio ancora, di innescare un meccanismo che potrebbe portare allo scioglimento anticipato delle Camere, ipotesi quest’ultima che resta confinata nel cassetto dei "piani B".

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