Giampiero Mughini e la solitudine dello schermo spento

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Giampiero Mughini, dopo un forzato e prolungato silenzio, è tornato a parlare con la schiettezza che da sempre lo contraddistingue, affrontando a viso aperto le ragioni di una così lunga assenza dal piccolo schermo. Il giornalista e scrittore, ospite del programma Realpolitik, ha dipinto senza mezzi termini la propria "espulsione" dal mondo televisivo, un ambiente che per oltre tre decenni aveva rappresentato un palcoscenico fondamentale per la sua carriera. "Dopo la malattia sono cambiato – ha ammesso – ma io ancora so graffiare".

La malattia e l'emarginazione televisiva

Secondo la sua ricostruzione, la frattura non è avvenuta per una sua volontà di ritirarsi, bensì per una sorta di emarginazione subìta, motivata da quella che lui non esita a definire "meschinità" di un ambiente che, vedendolo ormai con il bastone, lo ha frettolosamente archiviato come non più telegenico.

Il periodo buio e le voci smentite

La malattia, un male "rarissimo" che lo ha colpito duramente e che lui stesso descrive con un understatement amaro – "non sono pronto per le olimpiadi. Sono stato malaccio" – ha segnato un prima e un dopo nella sua vita. Un periodo di sofferenza, durante il quale, come ha tenuto a precisare, non ha mai chiesto nulla a nessuno. Ha poi voluto sgombrare il campo da quelle che ritiene essere distorsioni giornalistiche, smentendo con decisione alcune voci che lo avevano dato come gravemente compromesso: "qualche giornale ha scritto addirittura che ho tre tumori".

Un ritratto impietoso del sistema

Ora, pur dichiarandosi sostanzialmente ripreso – "non hai davanti a te un relitto, ma un essere umano" – Mughini sembra portare con sé, più che i segni fisici della patologia, il peso di un isolamento professionale che appare come una seconda, amara convalescenza. La sua riflessione tratteggia un ritratto impietoso di un sistema che, a suo dire, valuta le persone in base a parametri di efficienza fisica e di immediato impatto superficiale, tralasciando la profondità dell’esperienza e la forza dell’intelletto.

La voglia di graffiare e l'indifferenza

Quella che emerge è la figura di un intellettuale che, pur avendo ancora voglia di "graffiare", si ritrova a fare i conti con l’indifferenza di un mondo che sembra aver voltato rapidamente pagina, lasciandosi alle spalle, insieme all’uomo, anche una parte della sua memoria.

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