L’altra guerra di Netanyahu, tra razzi quotidiani e un nemico che non crolla

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l’attenzione internazionale resta calamitata sull’offensiva aerea che da quasi un mese – dal 28 febbraio – sta martellando l’Iran, con la campagna congiunta di Stati Uniti e Israele culminata nelle prime ore nell’eliminazione della Guida suprema Ali Khamenei, esiste un secondo fronte, più silenzioso ma non per questo meno insidioso, che continua a logorare il governo israeliano. È quello del nord, il confine con il Libano, dove Hezbollah, lungi dall’essere stato piegato, ha trasformato la propria strategia in una forma di resistenza quotidiana fatta di razzi e droni. L’effetto, sul territorio israeliano, è meno spettacolare delle distruzioni massicce che l’aviazione sta causando in Libano – con un pesantissimo tributo in termini di vittime civili – ma altrettanto strategico: rallentare fino a paralizzare, giorno dopo giorno, la vita nelle comunità del nord.

Si era detto, e lo aveva sostenuto con forza lo stesso Benjamin Netanyahu, che il movimento sciita fosse ormai prossimo al collasso. Due anni di bombardamenti israeliani, proseguiti senza soluzione di continuità persino durante la tregua del novembre 2024, avrebbero dovuto ridurne la capacità offensiva a un ricordo. E invece, l’usura provocata dall’usare le proprie risorse militari in modo persistente sembra aver spinto Hezbollah verso una nuova fase del conflitto: quella in cui l’obiettivo non è più la capacità di sferrare colpi decisivi, ma quella di rendere insostenibile la normalità dall’altra parte del confine. Un’asimmetria che ribalta, in parte, i ruoli tradizionali del confronto.

Il piano di pace a quindici punti e il muro di Teheran

Sullo sfondo di questa guerra a due velocità – quella esplosiva in Iran e quella di logoramento a nord – si muove la diplomazia, o almeno quel che ne resta. Gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, hanno messo sul tavolo un piano di pace articolato in quindici punti, ma la sua presentazione è stata accompagnata fin da subito da una sostanziale ammissione di fallimento. Teheran, secondo quanto trapela dai canali ufficiali, lo ha già respinto. E mentre il segretario di Stato e i suoi inviati tentano di tenere aperto un varco, il governo iraniano ha scelto di mantenere i contatti con Washington su un piano strettamente indiretto: il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha confermato che con gli americani ci sono solo “scambi di messaggi”, una formula che lascia intendere quanto sia profondo il gelo e quanto sia ridotto lo spazio per un negoziato vero.

La Casa Bianca, dal canto suo, non ha mai abbandonato il linguaggio della minaccia. Trump, intervenendo a un evento nella capitale, ha ribadito con la consueta enfasi la sua posizione: l’Iran “era a due settimane dal produrre l’arma nucleare quando ho attaccato”, ha dichiarato, difendendo la scelta militare come unico modo per estirpare quello che ha definito “il cancro che è Teheran”. Un’affermazione, quest’ultima, che ha avuto il merito – per il presidente – di mostrare consapevolezza rispetto a un effetto collaterale politicamente scomodo: l’aumento del costo della benzina e, più in generale, del costo della vita, una conseguenza diretta della guerra lanciata contro la Repubblica islamica.

Un mese di guerra, un nuovo assetto di potere

Quasi trenta giorni di operazioni militari hanno ridisegnato in profondità gli equilibri interni all’Iran, in un modo che pochi analisti avevano previsto. L’attacco iniziale, concentrato su una decapitazione del vertice, non si è limitato a eliminare Khamenei: ha spazzato via anche diversi alti funzionari del regime, creando un vuoto di potere che è stato rapidamente colmato con l’ascesa del figlio del leader ucciso, Mojtaba. Un passaggio di consegna dinastico, per certi versi inatteso nella rigidità del sistema teocratico, che ha però trovato immediata compiutezza con l’eliminazione, nelle settimane successive, di Ali Larijani, l’uomo che de facto governava il paese. Con la sua uccisione, la nuova leadership ha consolidato il proprio controllo, spazzando via una delle figure più influenti dell’apparato.

Ma è sul piano strategico regionale che il conflitto ha mostrato la sua capacità di allargarsi. La chiusura dello stretto di Hormuz, annunciata da Teheran come ritorsione per i bombardamenti, ha subito trasformato la crisi in una questione globale, coinvolgendo direttamente i Paesi del Golfo e mettendo a repentaglio una parte significativa del traffico petrolifero mondiale. Una mossa, quella della chiusura, che ha trasformato un conflitto inizialmente limitato a uno scontro diretto tra Stati Uniti, Israele e Iran in una crisi con implicazioni per l’intera regione, trascinando le monarchie del Golfo – tradizionali alleati americani ma da sempre esposti alle ritorsioni iraniane – in una posizione di crescente vulnerabilità.

L’economia di guerra e il peso sul fronte interno

Non c’è solo il campo di battaglia, però, a tenere sotto pressione gli attori in gioco. Lo stesso Trump, nel corso dell’evento pubblico in cui ha difeso l’operazione militare, ha dovuto ammettere un dato che rischia di erodere il consenso interno: i costi della benzina e il caro-vita sono aumentati da quando è stata lanciata l’offensiva contro Teheran. L’ammissione, per quanto accompagnata dalla retorica del “cancro da estirpare”, restituisce la complessità di una guerra che impone sacrifici economici anche sul fronte domestico statunitense. Una difficoltà che il presidente ha provato a ribaltare in chiave politica, accusando i democratici dell’inflazione preesistente e promettendo – con un “ora ricostruiremo l’economia più forte del mondo” – una rivalsa futura.

Nel frattempo, sul terreno, il conflitto procede secondo una logica che sembra aver inrato l’escalation come nuovo status quo. Le notizie che arrivano dalla zona del Golfo parlano di attacchi, morti e feriti con una cadenza ormai quotidiana, mentre i tentativi diplomatici – l’ultimo dei quali rappresentato dal piano in quindici punti – continuano a infrangersi contro la determinazione di Teheran a non cedere sul proprio programma nucleare e contro la convinzione, altrettanto radicata a Washington e a Gerusalemme, che solo la pressione militare possa produrre un cambiamento di regime. In questo quadro, Hezbollah rappresenta un moltiplicatore di difficoltà per Israele: incapace di infliggere danni paragonabili a quelli provocati dall’aviazione israeliana in Libano, è però riuscito a trasformare il nord del paese in una zona di vita sospesa, dove i razzi e i droni scandiscono i ritmi quotidiani e restituiscono l’idea di un conflitto destinato a durare.

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