Valanga in Alto Adige, il bilancio della tragedia in Val Ridanna sale a tre vittime

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La massiccia operazione di soccorso, che ha mobilitato oltre cento operatori tra vigili del fuoco, soccorso alpino e Guardia di Finanza con il supporto di unità cinofile e sei elicotteri, si è conclusa nel peggiore dei modi possibili. Dopo il decesso immediato di due scialpinisti sul posto, avvenuto sabato quando una massa nevosa larga 150 metri e lunga 800 si è staccata improvvisamente dalla Cima d’Incendio (Zunderspitze) a 2.445 metri di quota, la giovane italiana ricoverata in condizioni disperate all’ospedale di Innsbruck non ce l’ha fatta. Laura Santino, 26 anni, residente a Vestone, in provincia di Brescia, è spirata nella notte, portando a tre il numero complessivo delle vittime di questa slavina che ha coinvolto 25 scialpinisti.

Era con il marito, rimasto illeso, quando la valanga la ha travolta. Le altre due vittime, entrambe del posto ma con legami anche oltreconfine, sono la guida alpina Martin Parigger, 62 anni, originario di Ridanna, e Alexander Frötscher, 57 anni, nato nella stessa valle ma residente a Vienna. Parigger era una figura nota nell’ambiente della montagna, avendo dedicato la vita a trasmettere la passione per l’esplorazione attraverso le sue guide. Per loro e per la giovane bresciana non c’è stato scampo nonostante l’intervento tempestivo dei soccorritori, che hanno utilizzato gli Artva (apparecchi di localizzazione vittime valanga) per scandagliare l’enorme cono di detriti.

I soccorsi e la dinamica di un fronte di 150 metri

L’allarme è scattato intorno alle 11:40 di sabato, quando la massa nevosa, che si è staccata in prossimità della vetta, ha messo in moto praticamente l’intero pendio. La zona, frequentata da scialpinisti per la sua accessibilità, in quel momento ospitava diverse comitive. Le operazioni di ricerca sono state immediate: i sopravvissuti stessi hanno iniziato a setacciare l’area in attesa dei rinforzi. L’enormità della superficie interessata, unita alla complessità del terreno, ha richiesto l’intervento coordinato di mezzi aerei provenienti sia dall’Alto Adige, con i Pelikan e l’Aiut Alpin, sia dal Tirolo austriaco con il Christophorus 1.

Nonostante l’impiego massiccio di uomini e mezzi, il recupero dei corpi è avvenuto in un contesto di grande difficoltà. Inizialmente si temeva un numero ben più alto di dispersi, ma grazie alla dotazione di dispositivi di sicurezza di molti escursionisti e alla reattività dei soccorritori, gran parte dei 25 coinvolti è stata estratta ancora in vita o si è liberata autonomamente. Tra i feriti, oltre alla giovane italiana che ha perso la vita in ospedale, rimangono ricoverati un turista tedesco e un austriaco in condizioni gravi, mentre altri due cittadini tedeschi sono stati medicati per ferite meno preoccupanti.

Un triste decennale e le condizioni della montagna

La tragedia arriva a pochi giorni da un anniversario funesto per l’Alto Adige: il 12 marzo scorso ricorreva il decennale della maxi-valanga di Monte Nevoso, sopra Riva di Tures. In quella circostanza, nel 2016, persero la vita sei persone, segnando la più grave disgrazia degli ultimi decenni sulle montagne altoatesine. In quel caso, come in questo, una comitiva si trovò improvvisamente travolta da una massa nevosa imponente, confermando la vulnerabilità di certi versanti anche in condizioni di pericolo apparentemente non estremo.

Il bollettino valanghe nella zona di Racines segnalava infatti al momento del distacco un rischio moderato, classificato di grado 2 su una scala di 5. Tuttavia, gli esperti sottolineano come questo livello di attenzione non escluda il distacco spontaneo di valanghe di medie o grandi dimensioni, specialmente su pendii molto ripidi e in presenza di neve vecchia. In questo caso, la valanga è stata classificata come “di fondo” (Grundlawine), un fenomeno particolarmente distruttivo causato dal mancato consolidamento tra gli strati più profondi del manto nevoso e le nevicate più recenti, una condizione che sta caratterizzando questa stagione invernale.

L’eco della tragedia e il contesto valanghivo stagionale

La dinamica dell’incidente – una massa nevosa larga 150 metri e lunga quasi un chilometro che ha spazzato via un intero versante – ha lasciato sgomenti anche i soccorritori più esperti, abituati a operare in contesti di alta montagna. Le indagini, ora condotte dalle autorità competenti, si concentrano sulla ricostruzione precisa dei movimenti dei gruppi presenti sul pendio al momento del distacco, un lavoro reso possibile dalle testimonianze dei superstiti e dai dati tecnici rilevati sul campo. Non si esclude che la slavina possa essere stata innescata in prossimità della cresta, dove il vento, spesso il temuto favonio, accumula quantità imponenti di neve che diventano instabili al primo aumento della temperatura.

Questo inverno, caratterizzato da precipitazioni irregolari e da un fenomeno noto come “problema della neve vecchia” (Altschneeproblem), ha già registrato un numero elevato di vittime in tutto l’arco alpino, con l’Austria che conta da sola oltre venti morti sotto valanghe. La tragedia in Val Ridanna si inserisce quindi in un contesto di alta attenzione, dove le condizioni del manto nevoso richiedono prudenza anche su pendii considerati abitualmente sicuri. Il recupero dell’ultima vittima, Laura Santino, ha chiuso una delle pagine più drammatiche di questa stagione in Alto Adige, lasciando sullo sfondo le domande su come una giornata di scialpinismo in un contesto di rischio moderato possa trasformarsi in una sciagura di tali proporzioni.

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