Banca del Giappone verso il rialzo dei tassi ai massimi da 31 anni: cosa cambia per yen e mercati
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Redazione Economia
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La Banca del Giappone si prepara a compiere un passo che non si vedeva da oltre tre decenni. Nella riunione di politica monetaria in programma il 17 e 18 settembre, il consiglio direttivo guidato dal governatore Kazuo Ueda dovrebbe deliberare un aumento del tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo dall'1% all'1,25%. Si tratterebbe del livello più elevato dal 1995 e del terzo rialzo in meno di dieci mesi, un'accelerazione rispetto al ritmo di circa due interventi all'anno seguito finora dall'istituto nipponico.
Le pressioni che spingono Tokyo ad agire
A determinare la mossa concorrono fattori sia interni sia internazionali. Sul fronte domestico, l'inflazione di fondo viene descritta dagli stessi vertici dell'istituto come «vicina al 2%» dopo anni trascorsi sotto l'obiettivo, con una crescita salariale che la banca centrale giudica ormai più solida. Il deprezzamento dello yen, sceso fino a quota 163,73 per dollaro a fine luglio, ha reso più cari i beni importati, alimentando ulteriormente le pressioni sui prezzi. E poi c'è il contesto energetico, con il greggio che si mantiene su livelli elevati.
Non meno rilevante è la dimensione internazionale. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha più volte sollecitato pubblicamente Tokyo a normalizzare la politica monetaria, sostenendo che un rialzo dei tassi giapponesi contribuirebbe a stabilizzare il mercato valutario. A fine luglio, Giappone e Stati Uniti sono intervenuti congiuntamente sul mercato dei cambi per sostenere lo yen, il primo intervento coordinato dal 2011. Se la Banca del Giappone non dovesse muoversi, l'istituto rischierebbe di entrare in collisione con le aspettative già incorporate nei prezzi di mercato.
Il carry trade e il rischio di ricadute globali
Per anni i tassi giapponesi prossimi allo zero hanno reso lo yen la valuta di finanziamento ideale per il carry trade: prendere a prestito yen a costo quasi nullo, convertirli in dollari o euro e investire in attività con rendimenti più elevati. La strategia funziona finché il finanziamento resta a buon mercato e la valuta nipponica non si apprezza. Un rialzo dei tassi incide su entrambe le condizioni: il prestito in yen costa di più e, se la divisa si rafforza, servono più dollari o euro per restituirlo.
Il precedente del 5 agosto 2024 è ancora vivido nella memoria degli operatori. In quella seduta, pochi giorni dopo un rialzo dei tassi della Banca del Giappone e in concomitanza con dati deludenti sull'occupazione statunitense, la chiusura in massa delle posizioni finanziate in yen contribuì a far perdere alla Borsa di Tokyo il 12,4% in una sola giornata, il calo più violento dal 1987. Quella dinamica si riverberò sui listini globali, Wall Street compresa.
L'aumento dei rendimenti interni modifica anche i calcoli dei grandi investitori istituzionali giapponesi. Il rendimento del titolo di Stato decennale ha toccato il 3,025% martedì 15 settembre, il livello più alto da settembre 1996, superando successivamente la soglia del 3,04%. Il trentennale si attesta intorno al 4,10%. Con rendimenti domestici più attraenti e coperture valutarie costose, assicurazioni e fondi pensione nipponici hanno meno incentivo a cercare rendimento all'estero.
Il Giappone resta il maggiore detentore straniero di titoli del Tesoro americani, e un rimpatrio di capitali potrebbe esercitare pressione sui rendimenti statunitensi, con effetti a catena sui costi di finanziamento per imprese e consumatori.
Cosa guarda il mercato oltre il rialzo
L'aumento di 25 punti base è già ampiamente scontato dagli operatori. Gli swap sugli overnight index indicano quasi integralmente la mossa di settembre e prezzano un ulteriore rialzo cumulativo di circa 75 punti base fino ad aprile 2027. La vera incognita risiede nelle parole di Ueda e nella sua conferenza stampa, in programma dopo la decisione: il mercato cerca indizi sulla velocità del percorso di normalizzazione, con alcuni economisti che non escludono un nuovo intervento già in ottobre o dicembre.
Il membro del consiglio Hajime Takata ha dichiarato il 2 settembre che l'istituto è entrato in una «nuova fase» in cui non è più vincolato a un ritmo fisso di rialzi, lasciando intendere che la cadenza potrebbe accelerare. Il vicegovernatore Ryozo Himino e il membro Kazuyuki Masu hanno tenuto nelle settimane precedenti interventi su toni restrittivi, un allineamento comunicativo che gli operatori leggono come preparazione a un rialzo e a una possibile accelerazione del percorso.
Sul fronte valutario, lo yen non si è rafforzato in modo significativo in vista della riunione, scivolando sopra quota 155 per dollaro complice un biglietto verde sostenuto dalle attese sulla Federal Reserve. Il differenziale relativo tra le due politiche monetarie continua a pesare sul cambio più della sola decisione nipponica. La Banca Centrale Europea ha dal canto suo alzato i tassi il 10 settembre, e la Bank of England è attesa nei giorni successivi, in una settimana che vede le principali banche centrali muoversi quasi all'unisono.
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