Zaporizhzhia, il fronte oscuro dove la vita è sotterranea
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Redazione Esteri
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A Zaporizhzhia, regione che da quasi quattro anni è uno dei cardini del conflitto, la quotidianità si misura tra esplosioni improvvise e la necessaria, ossessiva, ricerca di riparo. Lo sospira un uomo come Gheorghy, appena uscito da un distributore, mentre alza gli occhi al cielo dopo il fragore di una kab: il nome colloquiale, quasi familiare, con cui vengono indicate le bombe volanti nemiche. Una di queste è caduta a pochi metri, colpendo gli stabilimenti della Motor Sich, simbolo di un’epoca in cui la fabbrica costruiva motori per il programma spaziale sovietico e che oggi, convertita all’industria bellica, sopravvive e produce all’interno dei suoi stessi sotterranei, originariamente costruiti come rifugi antiatomici. L’attacco, che ha causato più di venti feriti, è solo l’ultimo di una serie ininterrotta, in un fronte che, lontano dai riflettori principali, vive una condizione di logoramento permanente.
L'infrastruttura invisibile e le ferite di una guerra di posizione
La resistenza, in queste zone, si organizza attorno a elementi sia tecnologici che profondamente umani. Accanto alla fibra ottica, fondamentale per coordinare i droni da ricognizione e attacco, proliferano le scuole e gli asili costretti a trasferirsi sottoterra, mentre il numero delle vedove cresce in silenzio, senza che di loro si parli più di tanto. Una strategia di sopravvivenza che costringe interi pezzi di società a scendere nelle viscere della terra, continuando a funzionare in spazi claustrofobici e sovraffollati, dove l’istruzione e il lavoro procedono a tempo di sirene. È una guerra di adattamento, questa, fatta di trincee digitali e di rifugi che diventano officine, dove il rumore dei macchinari si confonde con quello degli allarmi.
Lo sguardo sul mondo dall'Italia e dall'India
Mentre a Zaporizhzhia si resiste tra le macerie, altrove lo sguardo cerca di interpretare le complessità globali. Daniele Bianchi, romano, già nel 2010 fondava da una stanza della sua casa il sito “Oltre la Linea”, mosso dalla volontà di comprendere e far comprendere gli eventi internazionali. Una missione che oggi, con Trump nuovamente presidente degli Stati Uniti, acquista rinnovata attualità, in un panorama geopolitico in costante ridefinizione. Parallelamente, alla Biennale di Kochi-Muziris, artisti indiani come quelli del Panjeri Artists Union, o Prabhakar Kamble con la sua “Vichitra Natak Theatre of the Absurd”, offrono attraverso installazioni potenti una riflessione sui conflitti sociali e sull’assurdo, dimostrando come l’arte tenti di dare forma alle inquietudini contemporanee.
Altri teatri, altre cerimonie sotto le festività
Le tensioni rimangono altissime anche in Medio Oriente, dove le festività si accendono di luci diverse. A Tel Aviv, durante l’accensione dell’ottava candela di Hannukah in Piazza degli Ostaggi, si è levata la richiesta per la restituzione dei resti di Ran Gvili, in un rituale collettivo che unisce preghiera e protesta. Poche centinaia di chilometri più a sud, a Gaza City, il cardinale Pierbattista Pizzaballa celebrava la Messa della vigilia di Natale nella chiesa della Sacra Famiglia, un gesto di normalità religiosa in un contesto di devastazione prolungata. Due immagini, entrambe catturate il 21 dicembre, che sintetizzano la vicinanza fisica e l’abissale distanza tra dolori e speranze che caratterizzano quell’angolo di mondo.




