Buoni pasto per la scuola, l'impegno è nel contratto ma la partita si gioca nel 2027
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Redazione Economia
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Dopo un lungo periodo di attesa, caratterizzato da rivendicazioni sindacali spesso rimaste inascoltate, la questione dei buoni pasto per il personale scolastico – docenti e amministrativi – compie un passo concreto, seppur non immediato. La svolta, che molti attendevano da anni, arriva dall’aula di Palazzo Madama, dove la Commissione Lavoro del Senato ha approvato un ordine del giorno specifico. Questo documento impegna formalmente il Governo a valutare l’introduzione del beneficio all’interno del prossimo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per l’Istruzione e la Ricerca, il cui arco temporale coprirà il triennio 2025-2027. Si tratta, dunque, di un impegno politico vincolante, che sposta la materia dal campo delle ipotesi a quello della trattativa contrattuale, sebbene la sua effettiva applicazione, come previsto dalla tempistica indicata, non potrà che decorrere dall’anno 2027.
Una misura di welfare che arriva in ritardo per il mondo della scuola
La peculiarità della situazione sta nel fatto che il personale scolastico risulta ormai essere l’unica componente della pubblica amministrazione a essere esclusa da questa forma di welfare, un paradosso spesso sottolineato dalle organizzazioni di categoria. L’Anief, tra i sindacati più attivi su questo fronte, ha rilanciato la battaglia proprio facendo leva sull’ordine del giorno già approvato in Senato, chiedendo che il percorso non si interrompa. La misura, del resto, si inserisce in un contesto normativo nazionale che, con la recente Legge di Bilancio, ha rivisto al rialzo il trattamento fiscale agevolato per questo benefit. L’esenzione, infatti, è stata elevata da otto a dieci euro giornalieri per i buoni pasto in formato elettronico, un adeguamento resosi necessario per compensare l’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione, la quale sui beni alimentari ha toccato picchi significativi negli ultimi anni.
L’innalzamento della soglia fiscale e i suoi effetti economici
L’aumento della franchigia, voluto dal Governo e inserito nella manovra economica, rappresenta di per sé un intervento di sostegno al reddito per milioni di lavoratori del settore privato che già usufruiscono del servizio. L’incremento, come hanno calcolato diversi osservatori, si traduce in un vantaggio netto per il singolo dipendente che può arrivare fino a cinquecento euro l’anno, un importo non trascurabile. L’obiettivo dichiarato della norma è duplice: da un lato, sostenere i consumi delle famiglie attraverso un canale diretto; dall’altro, incentivare le aziende a potenziare le proprie politiche di welfare senza che questo si traduca in un aggravio del costo del lavoro, grazie proprio al regime di favore fiscale e contributivo.
Un percorso avviato che richiede ancora tempo e negoziazione
Per il mondo della scuola, però, il discorso è differente e segue un’altra trafila. L’adeguamento della soglia di esenzione, di per sé, non modifica la condizione di chi il buono pasto non lo percepisce affatto. Il vero banco di prova sarà la trattativa per il rinnovo del contratto collettivo, dove la volontà politica espressa dal Senato dovrà trovare una traduzione concreta in termini di risorse e di organizzazione. La posta in gioco, oltre al riconoscimento di un diritto paritario, riguarda il valore economico della pausa pranzo, la cui copertura – è l’argomento portato avanti dai sindacati – è stata fortemente svalutata dall’aumento dei prezzi. La strada è quindi segnata, ma il traguardo, che non sarà raggiunto prima del 2027, dipenderà dalle scelte che verranno fatte al tavolo negoziale.




