Crans-Montana, il tragico incendio di Capodanno e i giovani che si salvarono per un autobus
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Redazione Interno
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La notte di Capodanno a Crans-Montana, rinomata località sciistica svizzera, si è trasformata in una tragedia di dimensioni apocalittiche, un evento le cui conseguenze, numeriche e umane, continuano a delinearsi con lentezza agghiacciante. Mentre i soccorritori setacciavano le macerie annerite del locale, il bilancio comunicato dalle autorità elvetiche e confermato dall’ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado, ha assunto contorni sempre più definitivi e drammatici: quarantasette le vittime accertate, centododici i feriti, tra i quali cinque in condizioni gravissime. La dinamica dell’incidente, per quanto ancora da chiarire nei dettagli investigativi, sembra riconducibile a una deflagrazione iniziale, causata forse dall’accensione di un petardo o da alcune candele, che in pochi istanti ha innescato il cosiddetto fenomeno del ‘flashover’, un rapidissimo e letale propagarsi delle fiamme in un ambiente chiuso, che ha praticamente annientato ogni via di fuga possibile.
Un attimo di esitazione che cambiò il destino
Proprio in quel groviglio di fumo, panico e fuoco che si è consumato in pochi minuti, si inserisce la testimonianza, riportata da alcuni giornali, di un gruppo di amici milanesi che per un soffio hanno evitato di entrare nella trappola mortale. Uno di loro, rievocando i minuti che precedettero la sciagura, ha raccontato di come fossero in coda per accedere al locale, ma di essere stati “balzati”, ovvero lasciati fuori. Quell’esitazione, quell’attimo di frustrazione per non essere riusciti a entrare subito, si è rivelata la loro salvezza. Vista alla rotonda un autobus, uno del gruppo propose di salire per spostarsi verso Montana, l’altro polo della località, e mentre correvano per prenderlo le porte si chiusero. L’autista, però, le riaprì, permettendo loro di salire e allontanarsi proprio mentre le fiamme divampavano. Un particolare quasi banale, una coincidenza fortuita che separa il destino di chi si è salvato da quello di chi, purtroppo, non ha avuto la medesima sorte.
Un’operazione di identificazione lunga e dolorosa
Le fiamme, di una violenza inaudita, hanno reso purtroppo necessario un lavoro minuzioso e penoso per restituire un’identità a ciascuna delle vittime. Come sottolineato dall’ambasciatore Cornado, molti corpi sono irriconoscibili a causa delle estese ustioni, circostanza che costringe gli investigatori a ricorrere a esami più complessi, come quelli del DNA, per procedere alle identificazioni. Un’operazione che, stando alle dichiarazioni diplomatiche, richiederà ancora diversi giorni, prolungando ulteriormente l’angoscia per le famiglie in attesa di notizie. Tra queste, sei sono quelle italiane che cercano ancora un proprio congiunto, dato che al momento le persone di nazionalità italiana risultano ufficialmente disperse. Altre tredici, invece, sono ricoverate in varie strutture ospedaliere, alcune in condizioni critiche come la sedicenne trasferita in coma all’ospedale di Zurigo o le due ragazze sedicenni e la trentenne giunte in gravi condizioni al Niguarda di Milano.
La macchina dei soccorsi e la diplomazia in azione
L’emergenza, oltre che umanitaria e sanitaria, ha immediatamente attivato i canali diplomatici e consolari, con l’annuncio di una visita in Svizzera del ministro degli Esteri italiano. L’attenzione delle istituzioni si concentra ora sul supporto alle famiglie, sul coordinamento con le autorità locali per avere un quadro chiaro e aggiornato sui feriti, e sul seguito delle indagini che dovranno stabilire con precisione le cause e le eventuali responsabilità. Il luogo della strage, intanto, resta sigillato, una ferita aperta nel cuore di una località turistica abituata a ben altri ritmi, mentre la comunità internazionale prende atto di una delle più gravi sciagure avvenute in Europa negli ultimi anni, un rogo che ha stroncato, in gran parte, esistenze giovani, tra le quali si contano anche adolescenti di soli tredici anni.




