La Corte d’Appello di Roma contesta la legittimità del protocollo con l’Albania e Meloni torna all’attacco dei giudici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il nodo giuridico relativo alla gestione dei migranti trasferiti nei centri albanesi di Gjader si fa sempre più complesso, e lo si deve a un nuovo intervento della magistratura che, lungi dal risolvere le ambiguità, sembra allargare la voragine interpretativa su cui poggia l’intero impianto voluto dal governo. La Corte d’Appello di Roma, chiamata a pronunciarsi sulla convalida del trattenimento per tre cittadini nordafricani – individui sui quali pendevano decreti di espulsione e che avevano già scontato condanne per reati che vanno dallo spaccio alla violenza sessuale, anche di gruppo e su minori – ha infatti sollevato più di un dubbio, e lo ha fatto con una motivazione che va dritta al cuore della questione. I giudici, nei provvedimenti depositati nelle scorse settimane, hanno sostanzialmente affermato che non avrebbero potuto convalidare quei trattenimenti, perché nutrono perplessità sulla legittimità stessa della disciplina che li prevede, ovvero il Protocollo Italia-Albania e la conseguente legge di ratifica. Una posizione, questa, che non nasce dal nulla, ma si innesta perfettamente nel solco tracciato dai rinvii pregiudiziali che la medesima Corte ha già inviato alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea lo scorso novembre, chiedendo a Lussemburgo di fare luce una volta per tutte sulla compatibilità di questo accordo bilaterale con il diritto europeo.

La reazione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non si è fatta attendere e, nel corso delle comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio Europeo, ha trasformato la questione in un nuovo, duro scontro con la magistratura. Con toni che ricordano le recenti campagne per il referendum sulla giustizia, la premier ha dipinto un quadro in cui i giudici, con le loro decisioni, finirebbero per paralizzare l’azione esecutiva dello Stato, impedendo di fatto il rimpatrio di soggetti pericolosi. “Molto desolante doverlo raccontare”, ha scandito Meloni riferendosi ai profili dei tre migranti, “ma per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale: decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, in quella europea e neppure nel buon senso”. Un’accusa pesantissima, che fa leva sulla sicurezza percepita per delegittimare un potere dello Stato, quello giudiziario, che invece sta semplicemente facendo il suo mestiere: verificare la conformità delle leggi ai principi costituzionali e alle fonti sovranazionali.

Eppure, a guardare il merito della vicenda, il percorso seguito dai magistrati appare tutt’altro che eccentrico o pretestuoso. La Corte d’Appello, nei suoi atti, non ha affermato che quei tre uomini non debbano essere espulsi, né ha negato la gravità dei loro precedenti. Ha invece rilevato un problema a monte: l’esistenza di un rinvio pregiudiziale alla Corte UE che mette in discussione l’intero impianto normativo. Ci si trova di fronte a un paradosso giuridico non da poco: il governo insiste per applicare un protocollo la cui legittimità è stata sospesa in attesa del giudizio europeo, e quando i giudici nazionali, in ossequio al principio di leale collaborazione tra Stati membri e istituzioni, sollevano il problema, vengono accusati di mettersi di traverso. La richiesta di asilo, per quanto possa apparire strumentale in presenza di condanne definitive, è un diritto garantito dalla Convenzione di Ginevra e recepito dall’ordinamento dell’Unione. Il fatto che venga esercitata in un centro in Albania, e non sul territorio italiano, è esattamente il nodo che la Corte di Giustizia è chiamata a sciogliere: stabilire se sia possibile trattenere un richiedente asilo al di fuori dei confini dell’Unione, in un paese terzo, applicando una procedura accelerata di frontiera che, di fatto, non avviene su una frontiera.

Il governo, dal canto suo, continua a sostenere la piena conformità del Protocollo, ma la strategia comunicativa della premier sembra ormai puntare più allo scontro politico che all’attesa serena dei pronunciamenti giurisdizionali. Definire le motivazioni dei giudici “fragili” o contrarie al “buon senso” significa ignorare che quei magistrati, applicando le norme, hanno semplicemente rilevato l’esistenza di una questione interpretativa tutt’altro che banale: se un paese terzo possa essere considerato una mera proiezione del territorio nazionale per fini detentivi, e se questo meccanismo rispetti la direttiva europea sui rimpatri, la quale garantisce al richiedente asilo il diritto di rimanere nello Stato membro fino alla decisione sulla domanda. Non si tratta, quindi, di una preclusione ideologica al rimpatrio di soggetti con condanne gravi, ma di una doverosa verifica degli strumenti utilizzati per raggiungere quel fine. La procedura, in uno Stato di diritto, conta quanto il risultato, e ignorare i rilievi della Corte d’Appello di Roma – che peraltro ha già investito la Corte Europea – rischia di rendere vane tutte le espulsioni future, qualora Lussemburgo dovesse dare ragione ai giudici italiani.

La posta in gioco non è solo italiana

Il rinvio pregiudiziale, infatti, non riguarda unicamente il destino di tre individui, ma interroga la stessa possibilità per gli Stati membri di esternalizzare le procedure di asilo e trattenimento al di fuori dei confini dell’Unione. La Corte di Appello capitolina, con il suo atto, ha chiesto alla Corte di Giustizia di chiarire se un accordo bilaterale come quello tra Italia e Albania possa invadere competenze esclusive dell’Unione in materia di politica migratoria e asilo, e se il concetto di “paese terzo sicuro” possa essere applicato in regime di extraterritorialità senza che vengano meno le garanzie previste dalle direttive europee. È una questione che va ben oltre la cronaca politica e tocca la tenuta stessa del Sistema Europeo Comune di Asilo. Mentre Meloni attacca i giudici, definendo le loro argomentazioni pretestuose, a Lussemburgo si sta discutendo esattamente di questo: se il modello albanese possa diventare un precedente per l’Europa intera o se, al contrario, rappresenti una violazione dei trattati. Una risposta che, a questo punto, appare indispensabile per riportare la discussione su un piano di legalità e non di mero scontro tra poteri dello Stato.

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