Mercosur, l'accordo firmato non placa le proteste degli agricoltori europei

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La firma, ad Asunción, dell’intesa di libero scambio tra Unione europea e i Paesi del Mercosur, giunta dopo un negoziato durato un quarto di secolo, segna un cambio di passo inevitabile nella politica commerciale comunitaria. Una rivoluzione, quella avviata dalle barriere doganali americane, che ha spinto Bruxelles verso nuovi orizzonti, come ha sottolineato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la quale, affiancata dal presidente del Consiglio António Costa, ha parlato esplicitamente di “commercio equo” preferito ai dazi in un chiaro riferimento alle politiche del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il settore agroalimentare europeo, seppur resistente, ha già patito gli effetti delle tensioni transatlantiche, registrando, ad esempio, un calo significativo delle esportazioni vinicole verso il mercato americano.

Uno squilibrio commerciale da riequilibrare

Il trattato, che coinvolge Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, si presenta come una sfida complessa, soprattutto per via dell’attuale squilibrio nei flussi commerciali. Le importazioni nell’Ue dall’area sudamericana, infatti, superano di gran lunga le esportazioni europee verso quei mercati, un dato che da solo spiega molte delle preoccupazioni. La nuova intesa, per quanto vista da molti come una fonte di nuova linfa economica, deve dunque essere calibrata con regole chiare e precise per non trasformarsi in un boomerang per interi comparti produttivi, i quali temono un’ondata di concorrenza basata su standard differenti.

La mobilitazione delle campagne non si ferma

Nonostante il via libera formale del governo italiano, ottenuto dopo l’inserimento di ulteriori tutele da parte della Commissione, la piazza agricola europea si prepara a nuove proteste. Il presidente di Copa-Cogeca, Giansanti, annuncia infatti una giornata di mobilitazione a Strasburgo, sostenendo che le promesse dell’Ue non sarebbero state rispettate e che le garanzie offerte rimangono insufficienti. Una posizione che nasce dalla convinzione, radicata tra gli allevatori e i coltivatori, che l’accordo possa aprire la porta a una concorrenza sleale, mettendo a rischio un modello produttivo basato sulla qualità e sul rigore delle norme comunitarie.

Anche l’Italia scende in campo con la Cia

Alla protesta europea aderisce con forza anche la Cia-Agricoltori Italiani, il cui presidente nazionale Cristiano Fini conferma la partecipazione alla manifestazione di gennaio con una numerosa delegazione. La posizione è netta: l’accordo sarà accettato solo “alle nostre condizioni”, cioè quando conterrà tutele adeguate per gli operatori e per i cittadini, sia europei che italiani. Una presa di posizione che evidenzia come la firma del trattato, seppur storica, non rappresenti affatto la fine del percorso ma anzi l’inizio di una fase altrettanto delicata, in cui le istanze della filiera agroalimentare dovranno essere tradotte in clausole operative e meccanismi di salvaguardia concreti.

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