Milano, Sala conferma il gemellaggio con Tel Aviv e la maggioranza si spacca
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Redazione Esteri
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Il sindaco Beppe Sala ha chiuso la partita, almeno per ora, con una decisione netta che rischia di lasciare cicatrici profonde nel centrosinistra milanese: il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, in vigore dal 1994, non sarà sospeso. L’annuncio, arrivato giovedì 16 aprile, ha di fatto ignorato la richiesta formale del Consiglio comunale – quel voto di ottobre che impegnava l’amministrazione a interrompere il patto – e ha innescato una reazione immediata delle forze che pure sostengono la giunta. A pesare, nella valutazione del primo cittadino, una telefonata e una successiva lettera del sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, il quale ha insistito sulla necessità di preservare “uno spazio di dialogo” proprio mentre la guerra a Gaza infiamma il dibattito politico italiano ed europeo.
La lettera da Tel Aviv e le ragioni della permanenza
Sala ha motivato la scelta ribaltando la prospettiva: lontano dal considerare il gemellaggio un atto di sostegno acritico al governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, il sindaco milanese lo ha presentato come un’ancora di salvezza per quelle voci che, all’interno di Israele, si oppongono all’esecutivo più a destra della storia del paese. “Tel Aviv è l’unica città che si oppone a Netanyahu”, ha dichiarato Sala, citando implicitamente la tradizione liberale e laica del municipio guidato da Huldai, figura storica del partito laburista. Nella missiva inviata a Palazzo Marino, il collega israeliano scriveva senza mezzi termini che “Milano e Tel Aviv hanno scelto il dialogo rispetto al silenzio, la partnership rispetto ai boicottaggi e i ponti sui muri”. Una retorica che, nelle intenzioni di Sala, serve a tenere aperto un canale diplomatico cittadino in un momento in cui i rapporti internazionali sembrano ridursi a una contrapposizione frontale.
La reazione del Pd e dei Verdi: fibrillazione a palazzo Marino
La notizia è stata accolta con gelida irritazione dalla capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, che ha parlato di “rammarico” per un esito che disattende l’ordine del giorno approvato mesi fa proprio su iniziativa dei dem, sebbene spinta in origine dai Verdi. Per questi ultimi, il tono è salito fino a definire la decisione “inaccettabile”. Il patto di maggioranza – quella coalizione eterogenea che tiene insieme anime talvolta inconciliabili su Medio Oriente e diritti umani – mostra tutte le sue fragilità. Non si tratta di una semplice scaramuccia, bensì di una crepa che si allarga proprio mentre l’amministrazione si appresta ad affrontare altre scadenze politiche delicate. I consiglieri di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) avevano chiesto un gesto simbolico forte, come la sospensione del gemellaggio, per prendere le distanze dalle operazioni militari israeliane nella Striscia; Sala, invece, ha opposto una linea basata sul mantenimento dei legami istituzionali con chi, a suo dire, rappresenta l’anima democratica del paese.
La comunità ebraica milanese e la scelta sul 25 aprile
In questo quadro già teso, si inserisce un’altra decisione che rischia di alimentare ulteriori polemiche: la comunità ebraica di Milano ha annunciato che non parteciperà ufficialmente alle celebrazioni del 25 aprile, giorno della Liberazione. Il motivo ufficiale addotto nella nota diffusa dagli enti rappresentativi è la coincidenza con lo Shabbat, il giorno di riposo settimanale ebraico, che impedirebbe la partecipazione religiosa alla cerimonia istituzionale. Ma la stessa comunicazione aggiunge un elemento di malessere più profondo: esiste “un clima – si legge – che ci fa sentire alieni o delegittimati in una giornata che invece ci appartiene”. Per aggirare l’ostacolo, la comunità terrà una commemorazione autonoma il 26 aprile, separata quindi dal calendario ufficiale del Comune. Un gesto che alcuni interpretano come un distanziamento simbolico dall’amministrazione cittadina, sebbene i rappresentanti ebraici non abbiano mai chiesto esplicitamente la rottura del gemellaggio. La scelta, semmai, fotografa una frattura culturale più ampia: da un lato chi ritiene che ogni critica a Israele rischi di scivolare in forme di delegittimazione, dall’altro chi – come i Verdi e parte del Pd – vede nella sospensione del patto una doverosa presa di distanza dalle politiche di Netanyahu. Sala, per ora, ha scelto la continuità amministrativa e il dialogo diretto con Huldai, pagando il prezzo di una maggioranza sempre più simile a una polveriera.
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