Via libera definitivo del Senato alla separazione delle carriere, Meloni: "Traguardo storico"
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Redazione Interno
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Il Senato ha confermato, con centododici voti favorevoli, cinquantanove contrari e nove astensioni, la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati, un provvedimento che, dopo il quarto e ultimo passaggio parlamentare previsto dalla Costituzione, completa il suo iter in Parlamento. Prima del voto, il presidente della Camera alta aveva disposto l’accertamento del numero legale dei presenti in Aula, una mera formalità proceduralmente necessaria che non ha intralciato l’approvazione definitiva di un testo su cui il governo ha investito una notevole capitale politico. La premier Giorgia Meloni, commentando l’esito della votazione, lo ha definito un “traguardo storico”, aggiungendo che “ora la parola passa ai cittadini”, in un’allusione al percorso che la riforma dovrà seguire per la sua piena attuazione.
Il flashmob di Forza Italia in piazza Navona
Subito dopo l’annuncio dell’approvazione, i parlamentari di Forza Italia hanno organizzato un flashmob a piazza Navona, trasformando lo spazio simbolico in un palcoscenico per celebrare quella che è stata presentata come una vittoria di partito. Tra gli intervenuti, si è sottolineato come la riforma, che separa le funzioni dei pubblici ministeri da quelle dei giudici, sia “per tutti, magistrati compresi”, mirando ad attuare i principi del giusto processo e a prevenire, di conseguenza, possibili errori giudiziari. L’evento, seppur rapido, ha visto la partecipazione di militanti e simpatizzanti, i quali hanno voluto dedicare i festeggiamenti all’ex premier Silvio Berlusconi, definendo la nuova legge il compimento di un sogno a lungo accarezzato e un “risultato storico” che porta il suo nome.
Le proteste dell'opposizione in Aula
Mentre in piazza si festeggiava, in Aula le opposizioni manifestavano la loro ferma contrarietà. I senatori del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra hanno protestato durante la votazione, esibendo cartelli con la scritta “no ai pieni poteri”. Il presidente del M5S, Giuseppe Conte, ha tuonato contro la maggioranza, affermando che essa “non soffre l’indipendenza della magistratura e dei controllori”, ma che, in realtà, “non soffre neppure l’opposizione politica”. Queste dichiarazioni, aspre e dirette, delineano un clima di forte tensione istituzionale, dove la riforma viene percepita dalle forze di minoranza non come un miglioramento dell’assetto giudiziario, bensì come uno strumento di alterazione degli equilibri di potere.
Una riforma che divide la politica
Il provvedimento, che modifica l’ordinamento giudiziario intervenendo su un principio cardine come l’unità della magistratura, si colloca al centro di un dibattito che travalica i confini parlamentari e tocca il nervo scoperto del rapporto tra politica e giustizia. La separazione delle carriere, invocata da una parte come un necessario baluardo a garanzia dell’imparzialità del giudicante e dell’efficienza del sistema, è vista dall’altra come una frattura nell’ordine giudiziario e un potenziale indebolimento della sua autonomia. Le reazioni immediate, che vanno dall’esultanza in strada all’aspro dissenso in Senato, testimoniano la profonda spaccatura che il tema continua a generare nel panorama politico nazionale, segnando un capitolo significativo, e per molti versi conclusivo, di un iter legislativo lungo e controverso.




