L’addio a Olivier Dupuis, il radicale che fece dell’Europa la sua patria e dell’eutanasia l’ultima coerenza
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Redazione Esteri
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È morto a Bruxelles all’età di 67 anni, nella sua casa, circondato da quella libertà che aveva sempre messo al primo posto, Olivier Dupuis. L’ex segretario del Partito Radicale Transnazionale (in carica dal 1995 al 2003) ed ex eurodeputato (dal 1996 al 2004) ha scelto di ricorrere all’eutanasia lo scorso 4 maggio, una pratica legale in Belgio dal 2002, per porre fine alle sofferenze causate da un tumore al pancreas diagnosticato alla fine del 2025. Una morte, la sua, che rappresenta l’estrema, coerente traduzione in atto di quell’imperativo categorico – quasi kantiano, se vogliamo – che ne ha guidato l’esistenza: la responsabilità individuale di fronte alla vita e alla dignità della persona.
Un’obiezione che non era pacifismo, ma un’“affermazione di coscienza” europea
Fin dai primi anni Ottanta, come hanno ricordato i compagni di tante battaglie Marco Cappato e Marco Perduca, Dupuis si era distinto per una militanza che non conosceva confini. Nel 1986, in un gesto destinato a segnare la sua biografia politica, fu arrestato in Belgio per essersi rifiutato di assolvere agli obblighi della leva militare. A motivare quella scelta, che gli costò il carcere, non era però un’avversione generica alla guerra. Dupuis contestava la ragion d’essere stessa dei sistemi di difesa nazionale proprio mentre – denunciava lui già quarant’anni fa – si gettavano le basi dell’Europa politica. Un paradosso solo apparente, perché il suo rifiuto (che qualificava come una vera e propria “affermazione di coscienza”) si basava sulla certezza che le coalizioni militari tradizionali fossero strutturalmente incapaci di proteggere la libertà dei cittadini. L’unica minaccia reale alla pace, agli occhi di Dupuis, risiedeva nell’assenza di democrazia, come nel caso dell’Unione Sovietica, e non nella mera contrapposizione tra blocchi armati.
Da Budapest a Strasburgo, la costruzione di un partito senza frontiere
La sua vita prese una piega decisiva quando, dopo la laurea in Scienze politiche a Lovanio, aderì al Partito Radicale nel 1981. Trasferitosi a Budapest sul finire del 1988, Dupuis divenne uno degli artefici del celebre congresso del Partito Radicale Transnazionale del 1989, un evento che simbolicamente riuniva i dissidenti dell’Est e dell’Ovest prima ancora della caduta del Muro. In quegli anni, sotto la guida carismatica di Marco Pannella, Dupuis emerse come l’incarnazione perfetta dell’internazionalismo radicale: una figura, la sua, in grado di passare dalle galere dell’est Europa (fu arrestato a Praga già nel 1982) alle aule del Parlamento Europeo. Eletto segretario del partito nel 1995, mantenne l’incarico fino al 2003, quando si dimise per divergenze strategiche con Pannella, per poi concludere il mandato da deputato a Strasburgo nel 2004.
L’Ucraina nel cuore e la critica al realismo ipocrita
Negli ultimi anni, ritiratosi a vita privata ma mai dall’impegno intellettuale (scriveva sul suo blog *L’Européen* in sette lingue diverse, dall’italiano al russo, passando per l’esperanto), Dupuis si era fatto sentinella inflessibile sulla questione ucraina. Chi lo ha conosciuto sottolinea come, già nel 2014, avesse intuito la natura sistemica della minaccia rappresentata dal regime di Putin, sostenendo con una chiarezza scomoda che “continuare a fingere di poter trattare con la Russia come se fosse uno stato democratico è suicida”. Non c’era in lui il pacifismo buonista che osserva passivamente l’invasione, ma la consapevolezza che l’Europa dovesse difendere i propri valori fondativi con la stessa determinazione con cui lui, da giovane, aveva rifiutato una leva ritenuta inefficace. La sua voce, come ricordano i compagni di quello che ormai è un percorso storico, resterà legata a quel tentativo eroico e forse utopistico di costruire una sovranità europea che non fosse solo un mercato, ma una vera casa dei diritti.




