Nuovo massacro in una moschea di Homs, la violenza settaria insanguina la Siria

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un boato ha squarciato la sacralità della preghiera del venerdì, trasformando un luogo di culto in un mattatoio. Nell'aria, carica di polvere e di disperazione, il bilancio è tornato a essere quello, atrocemente familiare, di morti e feriti: otto le vite stroncate, molte di più quelle segnate dalle schegge e dallo shock, in un attacco che ha preso di mira con precisa ferocia la minoranza alawita nel cuore di Homs. L'esplosione, che le autorità attribuiscono a un ordigno portato forse da un kamikaze, è avvenuta in un angolo della sala principale della moschea Imam Ali bin Abi Talib, nel quartiere di Wadi al-Dahab, mentre i fedeli erano raccolti in preghiera. Un gesto che, al di là delle immediate conseguenze, appare come un calcolato colpo al cuore di una comunità già provata da anni di conflitto, una pagina nera che si aggiunge a un libro di violenza ancora lontano dall'essere chiuso.

La rivendicazione e l'ombra di un gruppo estremista

Poche ore dopo la strage, come un macabro sigillo di morte, è giunta la rivendicazione del gruppo islamista Saraya Ansar al-Sunna, formazione armata di matrice sunnita emersa dopo gli sconvolgimenti politici degli ultimi mesi. Non si tratta, del resto, del loro primo assalto contro un luogo di culto: la stessa sigla, come confermato dai fatti di cronaca, si era già resa responsabile del sanguinoso attentato alla chiesa greco-ortodossa di Sant'Elia a Damasco lo scorso giugno, un episodio che aveva allora sollevato interrogativi e accesi dibattiti sulle reali dinamiche del terrorismo nel paese. La loro azione, dunque, sembra tracciare una linea continua di violenza settaria, una strategia che punta a colpire simboli religiosi per alimentare ulteriormente le divisioni in una nazione già lacerata, senza che nulla, neppure la sacralità di un momento di preghiera, possa considerarsi al riparo.

Un lutto collettivo sotto la pioggia

Il giorno seguente, una scena di straziante normalità ha mostrato il volto di un dolore che rifiuta di essere confinato nel privato. Centinaia di persone, sfidando una pioggia gelida e un clima di paura, si sono radunate in silenzio fuori dalla moschea devastata, in una processione spontanea di lutto che ha preceduto il corteo funebre verso i cimiteri. Quella folla composta, in gran parte da appartenenti alla minoranza alawita, rappresentava una risposta corale e pacifica all'odio, un tentativo di riaffermare una dignità calpestata attraverso il rito collettivo del cordoglio. I loro volti, segnati dalla stanchezza e dal dolore, raccontavano una storia più ampia di resilienza e di sofferenza, offrendo un'immagine potente che andava al di là delle semplici cifre del bollettino.

Il contesto di un paese ancora in bilico

Questo ennesimo episodio di sangue si inserisce in un quadro politico e di sicurezza estremamente volatile, dove le diverse fazioni continuano a confrontarsi — spesso violentemente — per il controllo del territorio e per l'affermazione della propria influenza. L'attacco alla moschea alawita, per la sua natura simbolica e per il preciso target scelto, rischia di innescare pericolose spirali di ritorsione, minando ogni fragile tentativo di riconciliazione nazionale. La persistenza di gruppi come Saraya Ansar al-Sunna, capaci di operare con tale efferatezza, solleva interrogativi non marginali sulla reale estensione del controllo governativo e sulla capacità di garantire protezione ai cittadini, a prescindere dalla loro appartenenza confessionale. La stabilità della Siria, come dimostrano i fatti di Homs, rimane una questione aperta e drammaticamente irrisolta.

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