La diplomazia parallela del padiglione russo e la giornata dei sottosegretari: tensione alta tra Roma e Mosca

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La crisi diplomatica innescata dalle volgari invettive del conduttore Vladimir Solovyov – un personaggio, va detto, da sempre vicino al Cremlino e noto per il suo stile provocatorio – ha trovato ieri uno sviluppo tanto inaspettato quanto significativo, che rischia di mettere in imbarazzo la linea dura della Farnesina. Mentre il ministro Antonio Tajani procedeva con la convocazione ufficiale dell’ambasciatore russo Alexey Paramonov per protestare contro gli epiteti (“vergogna della razza umana”, “idiota patentata”, fino allo sciacallaggio sessista) rivolti alla premier, a prendere la parola è stato un soggetto anomalo: il padiglione della Russia alla Biennale di Venezia. Quest’ultimo, in una nota dai toni insolitamente dimessi, ha offerto una “incondizionata solidarietà” a Giorgia Meloni, definendo “spregevoli” le parole del conduttore e parlando di un “profondo senso di vergogna” per quanto accaduto.

La “cantonata” dell’ambasciatore e la replica della premier

La reazione di Paramonov, tuttavia, non ha seguito la stessa linea conciliante della Biennale. Interpellato direttamente, il diplomatico ha bollato la convocazione alla Farnesina come una “cantonata”, minimizzando la portata dell’accaduto con una strategia retorica ben precisa: quella di derubricare le parole di Solovyov a semplici “valutazioni personali ed emotive” di un giornalista, negando qualsiasi responsabilità dello Stato russo. Un distinguo, questo, che Mosca usa spesso per creare zone grigie nei conflitti diplomatici. La premier, dal canto suo, ha risposto per le rime sui social, ribadendo che “un solerte propagandista di regime non può impartire lezioni” e rivendicando con orgoglio l’assenza di “fili o padroni” nella bussola dell’Italia.

Le nomine in Cdm e il braccio di ferro sulla Consob

A complicare ulteriormente l’agenda politica della giornata, in parallelo alla tensione con Mosca, si muoveva la macchina dei delicati equilibri interni alla maggioranza. Il Consiglio dei ministri atteso per oggi, infatti, non serve solo a prendere atto della crisi diplomatica, ma rappresenta il banco di prova per chiudere la partita delle sottosegretari, rimasta in stand-by per settimane. Tra i nomi più chiacchierati spicca quello di Paolo Barelli, la cui promozione è attesa al Ministero dei Rapporti con il Parlamento, ma è un altro dossier, quello della Consob, a tenere banco. L’indicazione di Federico Freni – attuale sottosegretario al Mef e considerato l’estensore della riforma del Testo unico della Finanza – per la presidenza dell’Authority sta incontrando resistenze trasversali. Non si tratta solo di un braccio di ferro politico con Forza Italia, che guarda con sospetto al profilo, ma di una questione di opportunità istituzionale: c’è chi teme un potenziale conflitto di interessi, dato che Freni dovrebbe vigilare su una legge che ha contribuito a scrivere, un passaggio delicato che le opposizioni, con il M5S in testa, non hanno esitato a definire rischioso per l’indipendenza dell’organo di controllo.

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