La cassiera di Finale Emilia licenziata per quattro barrette: «È stato un errore, ora farò ricorso»
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Redazione Economia
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La nozione di “giusta causa” – da sempre croce e delizia del diritto del lavoro italiano – si scontra talvolta con la realtà sproporzionata dei fatti di ogni giorno. È quanto accaduto a una lavoratrice cinquantacinquenne del punto vendita Coop Alleanza 3.0 di Finale Emilia, nel Modenese, la quale si è vista recapitare una lettera di licenziamento dopo venticinque anni di servizio. Il motivo? Un disguido tecnico legato a quattro barrette energetiche del valore di 1,25 euro ciascuna, erroneamente addebitate – ne è convinta la diretta interessata – sui conti di due clienti in due distinte occasioni, il 7 e l’8 marzo scorsi. La donna, che ha scelto di rimanere anonima per tutelare la propria privacy, ha raccontato al Corriere della Sera il suo stato d’animo, passato dall’incredulità iniziale a una rabbia profonda e motivata: «Appena è successo mi sembrava un incubo, ora sono solo arrabbiata».
La dinamica dell’errore e la versione della lavoratrice
Secondo la ricostruzione fornita dalla stessa cassiera, supportata dalle prime verifiche del sindacato Filcams Cgil, le barrette erano state acquistate regolarmente; la dipendente le aveva pagate ed esibiva lo scontrino fiscale come prova. Le aveva poi appoggiate accanto allo scanner, in attesa di consumarle durante la pausa, un gesto che lei stessa definisce una leggerezza ammettendo di averle mangiate in servizio. È qui che subentra la fatalità: mentre scandiva la merce dei clienti, il lettore ottico ha inavvertitamente captato i codici a barre dei prodotti lasciati sul bancone, addebitando così le famose “bar” – come riportato sinteticamente sullo scontrino – agli acquirenti successivi. La lavoratrice ha spiegato di non essersi accorta subito del problema, complice la dicitura poco chiara, e di aver invitato i malcapitati a rivolgersi all’ufficio informazioni per ottenere il rimborso. Nella lettera di licenziamento, datata 8 aprile, l’azienda ha però contestato alla donna anche un presunto rifiuto di fornire spiegazioni e un trattamento scortese riservato alla clientela, accuse che la diretta interessata respinge con fermezza definendole «assolutamente false».
La reazione del sindacato e il precedente aziendale
La vicenda, emersa grazie all’intervento della Filcams Cgil di Modena, ha acceso i riflettori su quelle che il sindacato definisce pratiche disciplinari sproporzionate. Giorgia Volpi, segretaria della sigla, ha espresso «forte sconcerto per la totale mancanza di proporzionalità tra i fatti contestati e le sanzioni applicate», sottolineando come la cooperativa sembri ricorrere sempre più frequentemente a provvedimenti non conservativi. Non si tratterebbe, infatti, di un caso isolato: solo nell’ultimo mese, sempre nell’area modenese, sarebbero state almeno tre le lavoratrici licenziate. Un denominatore comune, quest’ultimo, che sembra accomunarle tutte: si tratta di donne over 50 con un’anzianità di servizio di decenni, le quali – come sottolineato da Volpi – risultano poi difficilmente ricollocabili in un mercato del lavoro ostile alla loro fascia d’età.
Le conseguenze personali e la battaglia legale
La conseguenza di quell’addebito da 2,50 euro totali è stata devastante sul piano umano per la cinquantacinquenne, residente a Sant’Agostino. Con ancora sei o sette anni da percorrere prima del traguardo pensionistico, la donna si trova ora priva della sua unica fonte di reddito, potendo contare solo sul sostegno del marito, già in pensione. «A casa ci ridurremo a vivere con la sua pensione», ha dichiarato, visibilmente provata. Dopo aver subito un attacco di panico in ufficio al momento della contestazione, la lavoratrice ha deciso di non accettare passivamente il verdetto. Assistita dal sindacato, ha già incaricato un legale per impugnare il licenziamento, ritenuto profondamente ingiusto e lesivo della dignità di una dipendente che ha dedicato un quarto di secolo alla cooperativa. L’errore, per quanto grave nella forma contestata dall’azienda, appare alla diretta interessata – e a gran parte dei cronisti che seguono la vicenda – una sanzione eccessiva per una disattenzione che avrebbe meritato ben altra valutazione.




