Cassiera licenziata per uno scolapasta e una pentola, il tribunale di Modena dà ragione al supermercato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Vent’anni di lavoro, una carriera trascorsa dietro un registratore di cassa, e poi l’interruzione del rapporto per un ammanco che, oggettivamente, non raggiunge la soglia dei trentun euro. Questa, in estrema sintesi fattuale, la vicenda che ha portato una cassiera modenese davanti al giudice del lavoro: la donna, impiegata all’interno di un supermercato situato in un centro commerciale della città emiliana, fu licenziata nel 2024 dopo che l’azienda l’aveva sorpresa – come si legge negli atti – a non registrare deliberatamente una pentola wok e uno scolapasta, sottratti così alla lettura ottica del codice a barre. Il valore complessivo della merce non contabilizzata ammontava a 30,52 euro.

La violazione del vincolo fiduciario al centro della sentenza

Il tribunale di Modena, chiamato a pronunciarsi sull’impugnazione del licenziamento presentata dalla stessa lavoratrice, ha respinto le sue richieste e confermato il provvedimento espulsivo. Per i giudici, il gesto – che l’azienda aveva qualificato come consapevole e doloso – integra una piena violazione del vincolo fiduciario, quel patto implicito di lealtà che lega un dipendente al proprio datore di lavoro. Non ha rilevato, in questo caso, l’esiguità del valore della refurtiva: la decisione della cassiera di far passare i due oggetti senza pagarli, aggirando il lettore ottico con un’azione che lei stessa, per la sua professione, conosceva perfettamente, ha rappresentato per il giudice un elemento sufficiente a rompere quel rapporto di fiducia, irto di conseguenze sul piano disciplinare.

Vent’anni di servizio e un epilogo costoso per l’ex dipendente

L’anzianità di servizio, in questa vicenda, non ha giocato alcun ruolo attenuante. La donna – che aveva sollevato ricorso contro il licenziamento sperando probabilmente in una riconversione della sanzione o in un reintegro – è stata invece condannata anche al pagamento delle spese processuali, pari a millecinquecento euro. Una cifra, quest’ultima, che supera di gran lunga il valore degli oggetti contestati, a riprova di come una contestazione disciplinare, se persa, possa rivelarsi oltremodo onerosa per il lavoratore. Il caso, riportato dal Corriere di Bologna, richiama alla mente un altro episodio analogo, sebbene dall’esito opposto: qualche mese prima, un cassiere licenziato (e poi reintegrato) per un test del carrello aveva suscitato un certo clamore, ma in quella circostanza le dinamiche e le valutazioni giudiziali seguirono un percorso differente.

Le implicazioni giudiziarie di un gesto valutato trenta euro

La sentenza del tribunale modenese non lascia spazio ad ambiguità: il dolo, ossia l’intenzione deliberata di sottrarre la merce, è stato provato dall’azienda, e a quel punto il giudice ha ritenuto il licenziamento proporzionato alla gravità della condotta. Nessuna concessione è stata fatta alla lunga carriera alle spalle, né alla tipologia della merce – si trattava, è bene ricordarlo, di un semplice utensile da cucina e di un setaccio – perché ciò che ha pesato è stato l’elemento soggettivo. La donna, dopo vent’anni passati a far scorrere prodotti davanti al lettore ottico, non poteva ignorare la portata della propria azione. E così, la sua scelta di non registrare due articoli per un totale di poco più di trenta euro le è costata il posto e, per giunta, una condanna accessoria alle spese legali.

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