Licenziata e sostituita dall’AI, il tribunale di Roma lo legittima
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Redazione Economia
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La sentenza arriva da Roma, eppure il suo eco potrebbe presto riverberarsi in qualsiasi ufficio, da Milano a New York. Il tribunale capitolino, chiamato a pronunciarsi su un caso di lavoro che sa di distopia prossima ventura, ha di fatto legittimato un licenziamento – quello di una professionista sostituita da un sistema di intelligenza artificiale – aprendo uno scenario finora relegato più nelle trame dei romanzi di fantascienza che nelle cronache giudiziarie. La decisione, che molti addetti ai lavori attendevano con un misto di curiosità e apprensione, non ha condannato l’azienda a reintegrare la lavoratrice, ma ha invece accolto la logica secondo cui certe mansioni, specie quelle ripetitive o algoritmicamente definibili, possono essere assorbite da un software. E così, mentre fuori dalle aule giudiziarie si continua a discutere se l’IA sia un’amica o una nemica dell’occupazione, dentro quelle stesse aule comincia a prendere una giurisprudenza che rischia di cambiare le regole del gioco.
Chi colpisce davvero l’automazione? I redditi alti sotto scacco
A dispetto di un luogo comune molto diffuso – quello secondo cui l’automazione minaccerebbe soprattutto i lavori manuali o poco qualificati – i dati più recenti raccontano una realtà quasi opposta. L’intelligenza artificiale, sostiene una ricerca del laboratorio di Anthropic (la società californiana che ha partorito il modello Claude), sta tagliando con decisione sui redditi più elevati: professionisti della finanza, analisti, consulenti legali e, più in generale, figure il cui valore aggiunto risiedeva nella capacità di processare informazioni complesse. Non si tratta, badiamo bene, di una semplice sostituzione del tutto simile a quella vissuta dagli operai con l’avvento dei robot industriali; qui il meccanismo è più insidioso, perché l’IA non prende necessariamente il posto di un intero mestiere, ma ne erode porzioni sempre più ampie, riducendo la necessità di avere junior, associate o persino quadri intermedi.
Giovani in trappola: il dato che fa riflettere
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’indagine di Anthropic riguarda la fascia d’età compresa tra i 22 e i 25 anni. Tra questi giovani, che tentano di fare il loro ingresso nei settori più esposti all’automazione (si pensi alla programmazione di base, alla revisione di contratti o all’analisi finanziaria preliminare), il tasso mensile di nuove assunzioni si è ridotto di circa mezzo puntopunto percentuale a partire dal 2022. Mezzo punto, dirà qualcuno, non sembra molto. Eppure, se letto in chiave strutturale, questo dato anticipa una tendenza: l’IA non sta rubando il lavoro a chi ce l’ha già, quanto piuttosto lo sta negando a chi deve ancora ottenerlo. Un fenomeno, questo, che rischia di cristallizzare le gerarchie professionali: chi è già dentro si tiene stretto il suo posto, mentre chi è fuori trova una porta che si chiude un po’ di più a ogni aggiornamento algoritmico.
Il paradosso della delega cognitiva: non smettete di pensare
«Non smettete di pensare», avverte Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano, nonché autore tra i più attenti in Italia al rapporto tra diritto e tecnologie digitali. Ziccardi, che al Corriere della Sera ha provato a smontare alcune narrazioni catastrofiste, usa un esempio efficace: quello dei traduttori umani, spesso dati per spacciati. Ma è davvero così? L’esperto mette in guardia da un pericolo meno appariscente ma forse più concreto: l’eccessiva delega cognitiva. Se l’IA scrive una mail, riassume un documento o suggerisce una strategia, il rischio è che l’essere umano smetta gradualmente di esercitare il proprio giudizio critico, affidandosi passivamente alla macchina. E in questo senso, la vera sostituzione non avverrebbe per via giudiziaria o contrattuale, ma per atrofia mentale. Un paradosso inquietante: l’IA non vi ruberà il lavoro, a patto che continuiate a usarne il cervello.
Perché le offerte di lavoro diminuiscono (anche senza crisi)
C’è una domanda, infine, che molti responsabili delle risorse umane si pongono sottovoce: perché le aziende pubblicano sempre meno annunci? Non si tratta, spiegano gli analisti, di un campanello d’allarme per una recessione imminente. Piuttosto, ciò che emerge è una trasformazione più sottile e strutturale del mercato del lavoro. L’IA, in molti casi, non sostituisce una persona con un’altra persona: sostituisce una persona con una licenza software. E così, quella che fino a ieri era una mansione da affidare a un giovane laureato in economia oggi viene risolta da un chatbot o da un modello predittivo. Il risultato, sul lungo periodo, non è un’impennata della disoccupazione conclamata – quella che fa titolare i telegiornali – ma un lento e silenzioso prosciugamento delle opportunità di ingresso. E se a perderci sono soprattutto i più giovani, allora il problema non è solo economico, ma anche generazionale.




