Il tribunale di Roma legittima il licenziamento: «Sostituita dall’Ai»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La sentenza arriva da un’aula romana, e come spesso accade quando si incrociano diritto e tecnologia, il verdetto lascia poco spazio a interpretazioni romantiche. Un giudice del lavoro ha infatti dichiarato legittimo il licenziamento di una lavoratrice, rimpiazzata non da un altro umano – si badi bene – ma da un sistema di intelligenza artificiale. La decisione, destinata a fare giurisprudenza, si fonda su un principio tanto secco quanto destabilizzante: se una macchina può svolgere le stesse mansioni, a parità o persino con maggiore efficienza, l’azienda ha tutto il diritto di sostituire la persona. Francesca Donato, che ha seguito il caso, sottolinea come molte persone non abbiano ancora compreso fino a che punto le novità tecnologiche stiano già riscrivendo le regole del gioco.

L’illusione dello status symbol e i costi nascosti dell’innovazione

L’acquisto dell’ultimo cellulare dotato di intelligenza artificiale viene spesso percepito come un lusso o un distintivo di appartenenza a una élite tecnologica. Eppure, se ci si ferma un attimo a riflettere, la domanda che sorge spontanea è un’altra: quei mille euro spesi per un gadget – anziché per una vacanza o per migliorare la propria casa – non rappresentano forse un’occasione perduta? Oggi si inneggia all’Ai come se potesse risolvere ogni problema, dimenticando che proprio quegli stessi strumenti stanno già tagliando i posti di lavoro, e non quelli più umili, badiamo. I professionisti della finanza, i legali, i consulenti: sono loro i profili più a rischio, quelli con i redditi più alti, un paradosso che ribalta decenni di certezze sulla automazione come nemica degli operai.

Meno annunci, più algoritmi: la silenziosa trasformazione del mercato

C’è una domanda, questa sì cruciale, che molti responsabili delle risorse umane iniziano a porsi sottovoce. Perché le aziende pubblicano sempre meno offerte di lavoro? Non si tratta – avvertono gli analisti – di un segnale di recessione imminente, né di una crisi ciclica destinata a risolversi da sola. A emergere è piuttosto una trasformazione più sottile, quasi invisibile, eppure strutturale. Il laboratorio di ricerca economica di Anthropic, la società californiana che sviluppa il modello Claude, ha fornito una delle analisi più lucide sul punto. Secondo i loro dati, l’effetto dell’intelligenza artificiale si sta facendo sentire soprattutto tra i più giovani: tra i lavoratori tra i 22 e i 25 anni che cercano di entrare nei settori più esposti all’automazione, il tasso mensile di nuove assunzioni si è ridotto di circa mezzo punto percentuale a partire dal 2022. Un dato apparentemente piccolo, dicono gli esperti, ma che messo in prospettiva prefigura una vera e propria chiusura delle porte d’ingresso per intere generazioni.

L’eccessiva delega cognitiva e il monito a non smettere di pensare

Non mancano poi gli esegeti della fine del lavoro umano per mano dell’Ai, e alcuni di loro – va detto – si moltiplicano con una certa enfasi. Ma hanno davvero ragione? Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano e autore per Lefebvre Giuffrè, offre un punto di vista più sfumato. «Un esempio che si fa sempre è quello dei traduttori umani destinati a scomparire», ha dichiarato al Corriere.it. Eppure, il vero pericolo, secondo Ziccardi, non è tanto la sostituzione tout court quanto l’eccessiva delega cognitiva: smettere di pensare, affidarsi ciecamente alle risposte della macchina. Un atteggiamento, questo sì, che rischia di atrofizzare competenze che l’Ai, per quanto potente, non potrà mai restituire.

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