Il racconto dell'infermiera: «Il torace di Domenico era aperto e vuoto, non avevamo mai visto una cosa del genere»
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Redazione Interno
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L’immagine, impressa nella retina come un marchio a fuoco, è quella di una cavità toracica spalancata e deserta, un vuoto innaturale lì dove un cuore, per quanto malato, avrebbe dovuto ancora pulsare. A raccontarla, con il peso di chi quel vuoto lo ha visto con i propri occhi, è stata un’infermiera specializzata presente in sala operatoria quel 23 dicembre all’ospedale Monaldi di Napoli; la sua testimonianza, raccolta dagli inquirenti e destinata a diventare un pilastro dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, getta una luce sinistra su ciò che accadde durante le fasi concitate di un trapianto che, fin dal principio, sembrava segnato. La professionista, forte di una carriera trascorsa a fianco di équipe chirurgiche in interventi salvavita, ha riferito ai pm di non aver mai assistito a uno scenario del genere: il torace del bambino, un bimbo di due anni e cinque mesi, era stato aperto e il suo cuore, quello nativo, già asportato, prima ancora che i chirurghi potessero sincerarsi della vitalità di quello nuovo, appena giunto da Bolzano. Una sequenza procedurale che, secondo le prime ricostruzioni, appare quantomeno anomala, se non gravemente difforme dai protocolli che regolano questi interventi, i quali imporrebbero una verifica scrupolosa dell’organo donato prima di rendere il piccolo ricevente, di fatto, privo di ogni alternativa.
Il dramma in sala e un cuore «congelato» che non riprese mai a battere
L’atmosfera, in quella sala operatoria, doveva essere tesissima, quasi irrespirabile, come spesso accade quando il cronometro scandisce secondi che valgono una vita. L’organo proveniente dall’Alto Adige era arrivato, ma il suo aspetto era già di per sé un presagio funesto: i medici, come emerge da alcune dichiarazioni finite agli atti, lo descrissero come «ghiacciato», talmente duro da assomigliare a «una pietra»; la sua superficie, lesionata dal contatto con il ghiaccio secco erroneamente usato durante il trasporto — un errore madornale che vede ora al centro dell’indagine l’équipe napoletana, scagionando di fatto il personale di Bolzano -1-5 —, aveva subito ustioni da freddo irreversibili. In un estremo, quasi disperato tentativo di recuperare l’inrecuperabile, i chirurghi provarono a scongelare il cuore con risciacqui prima in acqua fredda, poi tiepida e infine calda. Manovre che testimoniano la consapevolezza, ormai chiara, del disastro in atto. E fu in quei momenti, stando ai dialoghi registrati negli atti, che qualcuno realizzò l’irreversibilità della strada intrapresa: il cuore di Domenico, infatti, non c’era più. «Ma comm’è? Ha già levato ‘o core?», avrebbe esclamato il caposala, fotografando con un dialetto carico di angoscia l’assurdità di quanto stava accadendo.
Le indagini e la resa dei conti sulla catena di responsabilità
Su questa contraddizione, su questo scollamento temporale tra l’espianto del cuore malato e la certezza dell’inutilizzabilità di quello nuovo, si sta concentrando il lavoro della Procura di Napoli, che cerca di fare piena luce su una catena di eventi costellata, a quanto pare, da omissioni e leggerezze. Il fatto che l’infermiera parli di un torace «aperto e vuoto» non è solo un dettaglio raccapricciante, ma la spia di un’organizzazione in cui i controlli incrociati potrebbero aver saltato un passaggio cruciale. Nel frattempo, il quadro giudiziario si arricchisce di nuovi elementi di tensione: l’avvocato Francesco Petruzzi, difensore dei genitori del piccolo, ha formalizzato un’istanza di ricusazione nei confronti di uno dei tre consulenti tecnici d’ufficio designati dal giudice per l’incidente probatorio. Nel mirino è finito il cardiochirurgo Mauro Rinaldi, la cui nomina viene contestata dalla famiglia, che chiede garanzia di assoluta imparzialità in un procedimento dove ogni valutazione peritale sarà determinante per attribuire colpe e responsabilità. La scelta del perito, in un clima già incandescente, rischia di diventare un ulteriore nodo da sciogliere.
L’inchiesta si allarga e il dolore di una famiglia diventa caso nazionale
L’intera vicenda, del resto, ha da tempo valicato i confini della cronaca locale per assumere i contorni di un caso nazionale che interroga l’affidabilità del sistema trapianti. Dalle carte emerge come l’équipe partita da Napoli per Bolzano si fosse presentata, a quanto constatato, con una dotazione inadeguata, tanto da dover richiedere all’ospedale San Maurizio un contenitore per il trasporto, che tra l’altro è risultato poi non idoneo per un organo, e il ghiaccio necessario alla conservazione. Fu proprio quel ghiaccio, quello secco destinato ad altri usi, a provocare il danno fatale, un danno che i medici napoletani, secondo la ricostruzione dei Nas, avrebbero dovuto riconoscere, anche solo per il caratteristico fumo che esalava dal contenitore. Invece, partirono ugualmente, senza ulteriori verifiche, con quell’organo già compromesso destinato a un bambino che, due mesi dopo, il 21 febbraio, si sarebbe spento al Monaldi senza mai più riprendere conoscenza. Un epilogo tragico che la famiglia, assistita dai legali, cerca ora di comprendere e far comprendere, chiedendo giustizia attraverso l’accesso a tutti i documenti e la ricostruzione minuziosa di ogni minuto di quella giornata maledetta.




