Nobel per la Pace a Maria Corina Machado, una dissidente per Caracas
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Redazione Esteri
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L’assegnazione del Nobel per la Pace a Maria Corina Machado, figura di spicco dell’opposizione venezuelana, si inserisce in una tradizione ormai consolidata, che vede il prestigioso riconoscimento di Oslo andare, con crescente frequenza nel corso di questo secolo, a personalità simbolo della resistenza contro regimi autoritari. La scelta della dissidente, la quale risiede attualmente in esilio in Italia, a Genova, ripercorre idealmente il solco tracciato da altri premi divenuti icone, come Nelson Mandela o Aung San Suu Kyi, le cui battaglie hanno travalicato i confini dei loro paesi per assumere un valore universale. Un percorso, il loro, che si è spesso intrecciato con la privazione della libertà personale e con una tenace opposizione nonviolenta, elementi che la Machado incarna nella sua lunga militanza politica.
Un premio che arriva da lontano
La notizia del conferimento del premio ha colto la stessa interessata mentre si trovava al telefono con il direttore dell’Istituto Nobel norvegese, lasciandola senza parole in un momento di autentica commozione. “Sono onorata, commossa e molto grata a nome del popolo venezuelano”, ha dichiarato in seguito, definendo l’evento come “l’inizio della libertà” per una nazione che, a suo dire, vive da anni sotto un regime oppressivo. La sua reazione, sincera e immediata, è stata catturata in un video che ha fatto rapidamente il gioco del mondo, mostrando il lato umano di una lotta che è prima di tutto politica.
Il legame con la scena internazionale
La vicenda della leader dell’opposizione venezuelana, del resto, non si esaurisce nei confini nazionali, avendo essa stessa costruito nel tempo una fitta rete di relazioni internazionali. Un anno fa, infatti, la Machado aveva pubblicamente ringraziato il governo italiano, e in particolare Giorgia Meloni, per il sostegno dimostrato alla causa del suo popolo. Oggi, dopo l’assegnazione del Nobel, il suo sguardo si è rivolto oltreoceano, con un appello diretto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sul quale “contiamo per la libertà in Venezuela”. Una dichiarazione, questa, che ha suscitato reazioni contrastanti negli ambienti politici, evidenziando come il premio abbia un peso anche nelle dinamiche geopolitiche più ampie.
La testimonianza di chi l'ha conosciuta
A dare ulteriore spessore al profilo della nuova Nobel è la testimonianza di chi, come un ex rappresentante dei giovani in un municipio venezuelano, ha avuto modo di conoscerla personalmente già nel 2014, durante attività di attivismo politico. Per costui, la decisione del comitato norvegese è motivo di “profondo orgoglio”, poiché rappresenterebbe “il coraggio e la forza di chi ogni giorno si sveglia con la speranza di ritrovare la libertà che il regime ci ha tolto”. Queste parole, che riecheggiano il pathos di tante battaglie per i diritti civili, dipingono il ritratto di una donna la cui determinazione è riconosciuta anche da chi ha condiviso con lei, in patria, gli anni più difficili della contestazione.




